Mi continuavo a lamentare che non avevo la minima voglia di trascorre il 24 e il 25 dicembre con parenti vari e ripetevo fino alla nausea che dal 2017 sarei andata a servire il pranzo di Natale agli indigenti!

Ed ecco che il 22 dicembre Rebecca esaudisce il mio desiderio di ‘fare fuori’ tutti i parenti e viene ricoverata alla De Marchi di Milano per broncopolmonite! Ecco il sunto di un Natale in Ospedale. Parto prima con i lati positivi di questa nuova esperienza. L’immenso affetto che tutti i nostri amici hanno dimostrato nei confronti di Rebecca che mi hanno reso questa esperienza meno dura. La stanza tutta per me e Rebecca. Le nostre giornate ‘sottovuoto’, fuori dal tempo frenetico milanese. La splendida vista della Madonnina dalla stanza. La forza di Rebecca nell’affrontare tutto.

La professionalità della Dottoressa di Terapia Intensiva che non ritiene di dover ricoverare Rebecca nel suo reparto e che con una semplice ecografia scopre che il focolare al polmone sinistro è piccolo piccolo. Il mega panettone da 10 kg portato da un’amica speciale per allietare il Natale di tutti. Ora le noti dolenti: la Dottoressa che non sa una ‘minchia’ di SMA e vuole dare ossigeno a Rebecca, quindi ha dovuto vedersela con me che in situazioni molto meno stressanti posso uccidere. L’infermiere che alla mia richiesta di camomilla alle 6 del mattino mi dice di andare alle macchinette a prendere un te per Rebecca. Lo stesso che due sere dopo, alla richiesta di camomilla alle ore 20,30 risponde a Luca che non siamo in hotel! La Dottoressa dell’ossigeno che alla mia richiesta di vitamine per aiutare Rebecca a guarire, mi guarda e mi ride in faccia. I 40 studenti di medicina che festeggiano il Natale il 23 dicembre proprio di fronte alla nostra camera, quando ci avevano raccomandato di non stare più di due in stanza con Rebecca e di non sostare nel corridoio per pericolo di infezioni ecc.

Il Medico-golfista che si presenta in stanza per la visita quotidiana senza camice e quando gli faccio notare che avrebbe dovuto lavarsi le mani con il disinfettante fuori dalla porta, mi guarda con aria di sufficienza – a quel punto lo sbatto fuori e gli dico che non voglio che visiti mia figlia. Cosa mi rimane di questa esperienza, la poca empatia di medici e infermieri che capisco essere sotto stress perché sempre meno a causa dei tagli, ma che non capiscono che basta molto poco per rendere meno traumatico un ricovero.

Per non parlare della poca professionalità…E come sempre mi sono ritrovata a dover fare la mamma tigre che difende il suo cucciolo!

Elena Muserra De Luca