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2 Aprile: giornata mondiale dedicata all’autismo – Bambini autistici e scuola

Qualche settimana fa leggevo le notizie online e l’occhio mi è caduto su un articolo che inizialmente stavo per saltare.

Raccontava di una festa per i 18 anni di un ragazzo. “Sarà il solito figlio vip” ho pensato, ma una parola ha attirato la mia attenzione e così ho letto tutto l’articolo che raccontava della festa di compleanno che un noto giornalista ha dato per i 18 anni del figlio. Tutto come per tanti altri ragazzi, verrebbe da pensare, se non fosse che il neo maggiorenne è un ragazzo autistico e la festa era un pretesto per richiamare l’attenzione su questo tema.

Poco tempo dopo, altra mattina e altra notizia: De Niro costretto a ritirare il film-documentario presentato al Tribeca Film Festival che parlava di una correlazione tra vaccini e autismo e la cosa ha cominciato a farmi pensare. Non di certo alla polemica che dura ormai da anni sulla correlazione, vera o presunta che sia, tra vaccini e autismo.

Ho cominciato a pensare che il 2 Aprile è la “Giornta mondiale dedicata all’autismo”  e a quanto poco ancora si sappia di questo disturbo. Molte persone ancora non sanno cosa sia o sanno quel poco che i film hanno mostrato. Ma la vita con un figlio, un fratello o un compagno di classe autistico non è quella raccontata dal film.

A volte le stesse istituzioni, scuola o servizi dedicati, non sanno esattamente dove “mettere le mani” quando si parla di autismo o meglio di disturbo dello spettro autistico. Già, la dicitura corretta è proprio questa “Disturbo dello spettro autistico“, nome che racchiude in sé tutte le difficoltà che la comunità scientifica ha riscontrato nel trovare una definizione coerente ed unitaria che racchiudesse in sé tutta la vastissima gamma di sintomatologie.

Ma nella pratica in cosa si traduce l’autismo?

Secondo il sito del nostro Ministero della Salute si tratta di un “Disordine Neuropsichico Infantile, che può comportare gravi problemi nella capacità di comunicare, di entrare in relazione con le persone e di adattarsi all’ambiente” (Fonte Ministero della Salute).

Questa definizione ha due aspetti che mi lasciano perplessa: il primo è la parola “infantile” che fa pensare che dall’autismo si guarisca per magia appena passata l’infanzia. Cosa che assolutamente non accade, ma permette al ministero di far passare un ragazzo, da autistico a cui vanno garantiti percorsi mirati e specifici, a paziente psichiatrico che può essere inserito in una qualunque struttura priva di specialisti preparati sul’argomento e senza alcuna progettualità.

Il secondo aspetto a lasciarmi perplessa riguarda i gravi problemi nella capacità di adattarsi all’ambiente. Ecco, questa proprio è una cosa che non mi va giù perché, nella pratica, autorizza all’esclusione di questi ragazzi perché incapaci –loro– di adattarsi ad un ambiente – il nostro- che non è in grado di includere adeguatamente chi non è in grado di uniformarsi.

Ma siamo proprio sicuri che siano questi ragazzi a doversi adattare?

Adattare a cosa poi? Al mondo del lavoro? Alla realtà scolastica?

Ecco, proprio la realtà scolastica è la prima che spesso è impreparata ad accogliere i bambini autistici. Questo, certo, accade proprio perché dell’autismo ancora si conosce molto poco.. ma spesso ci troviamo davanti ad insegnanti impreparati, che nell’autistico vedono un bambino privo di qualunque capacità recettiva e sociale. Bambini che spesso vengono definiti da insegnanti frustrati (a volte anche a ragion veduta, vista la povertà di risorse) incapaci di apprendere e ingestibili in classe e quindi affidati all’insegnante di sostegno o all’educatrice e relegati in un’aula da soli, senza alcuna progettualità e senza che vengano ricercate strategie per l’apprendimento adatte a loro. Senza coinvolgerli in nessuna attività di classe anche se, da fonti autorevoli, sempre più spesso si consiglia di avviare percorsi basati sulla socializzazione.

Una socializzazione che però tenga in considerazione le caratteristiche di ognuno, che accolga, valorizzi e rispetti le differenze e che consenta loro di sentirsi accolti. Perché dobbiamo ricordarci sempre che per un autistico inserirsi nella nostra normalità è come cercare di “infilare il pezzo quadrato nel buco rotondo: a furia di martellare il pezzo si rompe.” (Paul Collins)

Arianna Ghirimoldi

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