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Adottare un bambino: Il sorriso di un figlio che apre il cuore

Sorriso Figlio
Agitava la manina sorridendo per salutare le persone dietro di me e, dopo pochi istanti, tutti quanti stavano chiacchierando con lui.

Negli articoli precedenti sono stata “nuda e cruda”, così com’è la realtà dell’adozione. Mi sembrava corretto iniziare così, senza fronzoli inutili. Sicuramente abbiamo scoraggiato chi era già poco convinto ed, a questo punto, chi ci sta ancora seguendo merita di iniziare a conoscere alcuni dei meravigliosi regali che giungono a chi diventa genitore adottivo.

Abbiamo conosciuto Andrea, il bimbo che abbiamo adottato, il 19 ottobre 1992, quando aveva da poco compiuto sei mesi. Lo abbiamo incontrato all’orfanotrofio in cui viveva, in Bolivia. Me lo ha messo tra le braccia una suora arrivata così, all’improvviso. Il giudice boliviano era un “illuminato” e, forte di tutte le esperienze precedenti, ci aveva detto di passare prima in albergo a prendere macchina fotografica e telecamera. In questo modo, mentre stringevo a me il bambino, mio marito filmava la scena che è diventata, negli anni successivi, la videocassetta preferita da Andrea, quella che immortalava il nostro incontro. E’ stato molto utile per lui vedere la propria storia e poter riconoscere il giudice, le assistenti sociali e le suore, in prospettiva di quello che è ripetutamente accaduto negli anni successivi, in cui più volte dei bambini gli hanno detto: “Non è vero che sei stato adottato, tu sei stato ‘comprato’!”

Andrea era un bambino che non sapeva sorridere. Era stato per tutti i mesi della sua vita in un lettino con le sbarre ed aveva la testa piatta dietro, per questo. Le poche suore che accudivano i bimbi non potevano prenderne in braccio centinaia e centinaia.  I suoi occhi erano, però, straordinariamente vivi, attenti, e seguivano ogni persona, con uno sguardo avido di nuove esperienze. Non sembrava avere alcuna emozione particolare mentre lo portavamo con noi, uscendo da lì. L’assistente del Tribunale dei Minori ci ha portato immediatamente a fare la spesa: pannolini, latte in polvere, biberon, frutta per iniziare lo svezzamento.

Siamo andati a casa ed abbiamo iniziato ad organizzarci, sempre con l’aiuto costante della nostra gentile accompagnatrice. Lo abbiamo anche portato dal pediatra, perché lo visitasse e ci dicesse come risolvere alcuni suoi piccoli problemi.  Ho preparato il primo biberon ed ho sfamato Andrea, che aveva una fame incredibile: il latte non gli bastava più. Dopo il bagnetto abbiamo preparato un thermos di acqua calda, poiché ci avevano detto che si sarebbe svegliato per il pasto notturno. Non credo di essere riuscita ad addormentarmi, in preda alle incredibili emozioni di quella giornata, quando ho sentito il suo primo strillo. Sia io che mio marito siamo balzati in piedi ed abbiamo acceso la luce, correndo al suo lettino.

Ed è allora che è accaduto il miracolo.

Andrea ci ha riconosciuti, eravamo ancora noi, eravamo ancora con lui! Ha smesso di piangere e ci ha regalato il suo primo, indimenticabile e straordinario sorriso! Da allora è stato un crescendo. Stimolato da noi e dalle assistenti sociali che venivano a trovarci (che avevano il compito di stilare una relazione sul nostro affiatamento), seguito e coccolato, Andrea ha iniziato a sorridere sempre più spesso. Nel giro di tre settimane è diventato un bimbo gioioso, si è abituato ad avere qualcuno che lo accudisse, ed i suoi sorrisi sono aumentati. Al nostro arrivo in Italia ha conquistato immediatamente nonni e zii, che nutrivano trepidanti timori.

Sono cresciuta in una famiglia abbastanza chiusa, che non coltivava amicizie o frequentazioni. Vissuta in un grande condominio milanese, il massimo della cortesia era il “buongiorno”. Il mio carattere non era dei più facili, poco abituata com’ero a coltivare amicizie.  Nel paesino in cui vivevo dopo il matrimonio non conoscevo quasi nessuno ma, quando sono tornata con Andrea, la mia vita è completamente cambiata. Il mio bambino si era convinto che tutti fossero interessati a lui, e continuava a distribuire sorrisi straordinari. Mentre lo tenevo in braccio, facendo la fila in banca o in posta, lui agitava la manina sorridendo per salutare le persone dietro di me e, dopo pochi istanti, tutti quanti stavano chiacchierando con lui.

Andare il giro con il passeggino era un’esperienza, venivo fermata continuamente perché tutti mi chiedevano da quale paese arrivasse. Ed il suo sorriso conquistava chiunque! Quel sorriso ha aperto il mio cuore e quello di moltissimi altri, negli anni a venire.

Valeria Pisano

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