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Adozione: oltre la paura del rifiuto e dell’abbandono

paura del rifiutoHo visto a teatro “La lavatrice del cuore” con Maria Amelia Monti, un insieme di lettere di madri e figli adottivi, commovente, ironica, in parte autobiografica. Molti sono stati i passaggi che mi hanno colpita ma, più di tutti, la frase: “Su una ferita aperta anche una carezza fa male.”

E’ la citazione di una madre che racconta l’estenuante fatica di cercare di trattenere le proprie dimostrazioni d’affetto per la bambina che ha adottato che, come accade spesso, respinge e rifiuta ogni gesto amorevole, essendo stata troppo a lungo ferita.

Forse può sembrare strano per chi non ha mai vissuto un’esperienza simile, eppure credo che molti di noi sappiano cosa voglia dire. Dopo aver vissuto una grande sofferenza, il cuore per proteggersi si chiude, si isola, si rinchiude dentro una corazza, costruisce muri molto difficili da abbattere. Quando si tratta di bambini che hanno subito maltrattamenti, violenze o vessazioni, il percorso da fare per riuscire a conquistare la loro fiducia può essere davvero arduo. E così anche una carezza può fare male, può essere rifiutata e respinta, da chi non è in grado di sopportarla.

Occorre una pazienza infinita, ed una capacità di andare oltre quelle che sono le reazioni che normalmente un genitore attua quando si sente respinto.

Ognuno di noi è stato bambino e, come tutti, ha conosciuto la gioia di nascere e di essere se stesso. Poco tempo dopo, però, ha anche capito che non poteva esserlo perché avrebbe dato fastidio, disturbato o creato problemi ai genitori, quindi ha tentato di manifestare la propria rabbia, per poi rassegnarsi a diventare qualcosa di diverso. Ognuno di noi ha dovuto adattarsi a quello che era richiesto nella propria sfera familiare. Chi si è sentito rifiutato o abbandonato, di solito, rivive nelle relazioni queste sensazioni, soprattutto con le persone più intime.

Se si vive l’esperienza di adottare un figlio, specialmente se ha già qualche anno di età, può capitare che, malgrado le proprie aspettative, il bambino o la bambina non siano in grado di accettare le attenzioni dei nuovi genitori, sia per le esperienze dolorose già vissute, sia perché, magari, non ne hanno mai ricevute prima.

La stessa cosa può accadere con i figli (adottivi o meno) nell’età adolescenziale: improvvisamente sembrano prendere le distanze e rifiutare il contatto, le coccole, le carezze che magari, prima, erano benvenute.

E’ a questo punto che la madre ed il padre devono essere in grado di andare oltre la PROPRIA sensazione di essere rifiutati. Accade spesso di sentir dire ai genitori dei ragazzi: “Non so più cosa fare, sembra che non ne voglia più sapere di me!”.

In queste situazioni la cosa più importante da fare è cercare l’aiuto più adatto, non solo per i propri figli ma, principalmente, per se stessi.

Richiede umiltà e pazienza, ma è indispensabile, con i propri figli, essere in grado di andare oltre alle proprie paure di non essere accettati, di non essere capaci, di non essere adatti, di non avere fatto abbastanza. Chiedendo aiuto ci si rassicura e ci si tranquillizza; molto spesso i bambini ed i ragazzi hanno bisogno di mettere alla prova i genitori fino a portarli al limite estremo, per poter verificare che, davvero, possono contare sul loro amore, e che mai più verranno abbandonati.

Quando la situazione è critica, o non sapete più cosa fare,  avere un esperto che fa da tramite è essenziale per poter capire che le proprie reazioni sono esagerate ed ottengono l’effetto meno desiderato; così come i bambini o i ragazzi possono essere aiutati a rendersi conto che la mamma ed il papà stanno facendo del loro meglio per volergli bene.

La dose d’amore necessaria per i bambini che hanno subito maltrattamenti è davvero infinita, e occuparsi di loro richiede una pazienza straordinaria perché, spesso, ogni cosa deve essere centellinata, a piccole dosi.

Ciò che può rendere sicuro un bambino o un ragazzo ferito è vedere che la madre ed il padre, ci sono, ci sono davvero, ci sono sempre per lui. E, se non lo sappiamo fare, dobbiamo impararlo.

Valeria Pisano

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