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Amicizia a 250 kilometri: la volontà della presenza

Ho un’amica che vive distante da me, precisamente a 250 kilometri.

E’ una di quelle amiche rare, che sanno ascoltare e sanno aprirsi. Una di quelle persone belle da morire, simpatiche e piacevoli. Una di quelle che quando non c’è, manca.

250 kilometri di distanza significa vedersi una volta all’anno, quando va bene, due quando va di lusso, zero quando va normale; significa uscire di casa la mattina e sapere con certezza di non poterla incontrare alla fermata dell’autobus o al bar; significa non poterle offrire un caffè o chiederle di uscire il sabato sera, per scaricarsi dello stress della settimana.

Significa anche non poterle essere vicina quando, prima di un esame importante o un colloquio di lavoro, è agitata e avrebbe bisogno solo di stringerti la mano e abbracciarti per qualche minuto. Significa esserci, sì, ma non come vorresti tu, che pagheresti oro per condividere con lei la quotidianità e sapere a memoria le sue espressioni, quelle delle persone che frequenta, dei posti in cui va.

Significa perdersi irrimediabilmente una parte della sua vita.

Eppure io vi assicuro che lei, che vive a 250 kilometri da me, è una delle persone che mi è più vicina: mi è vicina quando mi sveglio e trovo un suo messaggio su Whatsapp, quando a metà pomeriggio mi annoio e ho voglia di sapere cosa combina lei, quando mi manda le foto di ciò che vede da casa sua o dal suo posto di lavoro, quando mi fa ridere, quando mi manda messaggi di buon compleanno e mi fa piangere tutte le mie lacrime, quando mi consola, quando minaccia di morte il mio ragazzo perché non mi tratta come lei crede che io meriti, quando mi scrive per raccontarmi della sua quotidianità, quando mi invia messaggi vocali lunghissimi perché “di persona sarebbe più facile spiegare” e perché sa che non è un problema per me ascoltarla.

Io sento che c’è soprattutto quando tutto diventa normalità, quando so di avere una spalla bella solida a 250 kilometri di distanza, quando so di poterle raccontare tutto, di poterle dire anche ciò di cui mi vergogno di più senza sentirmi lontanamente giudicata.

Beatrice c’è anche se siamo in due regioni diverse, anche se per vederla devo fare quattro ore di treno, anche se non la posso vedere spesso quanto vorrei. La quotidianità di un caffè, l’abitudine di vedersi un giorno a settimana, la casualità di potersi incontrare per strada non le avremo mai, non ci spettano, non fanno parte del nostro rapporto. Però abbiamo la costanza di resistere e di coltivare un’amicizia che nasce lontana, che cresce senza alcun dubbio nonostante le difficoltà perché –è chiaro- se perdere un’amica che abita nella nostra stessa città è semplice, perdere qualcuno che abita lontano lo è ancora di più: basta volerlo.

Ma noi resistiamo perché non ci sono kilometri che tengano. Quando due persone così simili hanno la fortuna di incontrarsi, dovrebbero avere anche il coraggio di non perdersi, di tenersi.
Te lo dico pubblicamente: ti voglio bene, Bea!

E voi? Cosa ne pensate delle amicizie a distanza e in generale dei rapporti che nascono lontani? Avete paura dei kilometri o pensate che la vicinanza sia più un fattore mentale?

Alla prossima settimana,

Deborah Pacella

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