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Amore per gli animali: lettera a Teo

Era l’ottobre del 2000 quando ti venni a prendere in quell’allevamento dalle parti di Pisa visto il mio amore per gli animali.

Che sì, lo so. Da animalista quale sono, sarebbe stato meglio ripiegare su un canile e su tutte quelle creature che aspettano qualcuno che se ne prenda cura.

Ma il Labrador era il mio sogno.

Tu eri da tempo nei miei desideri.

Avevi 45 giorni.

Ti mancava solo la carta igienica al collo e poi eri esattamente il tipo della Scottex.

Ero con mio fratello ed eravamo indecisi. Il viaggio di andata a discutere se ti avremmo chiamato Teo oppure Otto. Poi, ti vidi.

Lui è Teo.

Lui è Teo.

Ti portammo a casa.

Entrasti ed andasti subito a fare la pipì sul panno apposito che la mamma ti aveva preparato, assieme alla cuccia rossa ed alla ciotola azzurra.

Ci illudemmo per un attimo che saresti stato un cane educato. Ed invece no.

Non lo eri.

Non lo sei mai stato.

Nei primi mesi ti sei fatto fuori una cinquantina di ciabatte, una decina di angoli dei mobili, quattro cuscini, sette scarpe e mezzo orecchio del babbo.

Ben presto dallo starmi in una mano, iniziai io a stare dentro una tua zampa.

Andavamo fuori 4 volte al giorno. Ci portavi fuori 4 volte al giorno. Perché a niente sono serviti i corsi di addestramento, la psicologa dei cani, il collare lungo, corto, o a strozzo. Le passeggiate coi croccantini, o le promesse di tre ossa di bistecca. Perché tu andavi dove volevi.

Correvi scoordinato e con gli orecchi al vento, un cane grosso e imponente con l’entusiasmo di un cucciolo mai cresciuto.

Però quanto mi hai amato.

Dio, Teo quanto mi hai amato.

Era il tempo dell’università. Quanti esami di diritto abbiamo preparato insieme. Io, la tazza di caffè, il codice civile, il cicchino e te disteso sui miei piedi.

Quante volte ho avuto paura.

Quante volte ho pianto attaccata a te.

Sei stato l’amico degli anni più difficili.

Dei venti anni che non riuscivo a mandare giù. Quelli alla ricerca di una strada che non trovavo, di un amore che non amavo, di persone di cui non avrei dovuto fidarmi.

Quelli fatti di specchi rotti per la voglia di non guardarsi.

Quelli fatti di notti a ubriacarsi per non pensarci più.

Ma tu eri lì.

E bastava che mi sedessi su quel divano perché tu arrivassi. E lo facevi con impeto o con dolcezza. Perché sapevi di cosa avevo bisogno.

Ti ricordi quell’estate caldissima di agosto? Eravamo a Firenze io e te.

Ti portai in quel giardino, quello con 52 gradi all’ombra. Trovasti una fontana e ti infilasti dentro per poi, ovviamente, rotolarti in terra.

Tornammo a casa e da miele eri diventato color nocciola. Io accaldata ed esausta. Presi la doccia e lì il genio.

Aprii la cabina di cristallo e ci infilammo sotto il getto d’acqua tutti e due.

Lo so Teo, era il nostro segreto. Oggi l’ho svelato, ma mi perdonerai.

cani-in-carcereC’era tutto l’amore in quel nostro momento.

Qualche anno dopo andai a vivere con quello che poi sarebbe diventato mio marito. Non potei portarti con me. Perché col lavoro non sarei riuscita a gestirti.

Quanto sei rimasto la sera alla terrazza di casa ad aspettare che rientrassi. Seduto immobile, all’ora in cui sapevi che di solito tornavo.

Ed invece non l’ho fatto più.

Non sapevo come fare Teo. Non avevo più tempo.

L’università era finita, era il tempo del lavoro nello studio dell’avvocato, era il tempo della mia nuova convivenza.

Ogni venerdì però ti prevedevo per tenerti con me il fine settimana.

Non ti avevo dimenticato.

Ho partorito Tommy.

Appena rientrata dall’ospedale sono venuta da te e te l’ho fatto conoscere. Una leccata sul viso e gli hai fai l’esavalente con morbillo e rosolia in un colpo solo. Due anni dopo la stessa cosa con Vittoria.

Hai amato loro quanto me.

No. Quanto me no.

Diciamo la verità.

Io e te eravamo una cosa sola. Quando dormivano abbracciati . Quando ci parlavano di nascosto. Quando ridevo per tutti e piangevo per te.

Ricordo ogni cosa di noi.

Anche quando quel caldo pomeriggio dell’aprile 2012 fuori dalla clinica veterinaria aspettavo la fine di quell’operazione.

“L’intervento è andato bene”, dissero.

Quanto ero felice. Chiamai il babbo e la mamma con le lacrime agli occhi. Arrivarono. Eravamo di nuovo tutti insieme, per te.

Il post operazione però non andò come avrebbe dovuto.

E te ne sei andato dormendo.E noi un po’ con te.

Noi che ancora oggi continuiamo a sperare che tu stessi solo dormendo.

Si dice che bisogna prendere subito un altro cane per dimenticare.

Io un altro cane l’ho preso, ma a te non ti dimentico. Neppure ora.

Resti il mio amico scapestrato, impertinente e disobbediente.

Resti l’amico dal capo grosso e dal nasone nero. Dalle corse pazze e dalle ciabatte rotte.

Resti gli occhi più dolci dei miei venti anni.

Ma soprattutto resti su quella terrazza ad aspettarmi. Perché non importa se non ti vedo, io sono certa che tu ci sei.

 

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