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Ariel Pink – Pom Pom recensito dalle mie nipoti

Prosegue la mia avventura di ascolti musicali insieme alle giovani componenti della mia famiglia.
Dal momento che non mi piacciono le cose facili, stavolta ho provato a fare ascoltare il nuovo disco di Ariel Pink, Pom Pom, alle mie nipoti Linda, di 15 anni, e Marta, di 9.
Per chi non lo conoscesse, Ariel Pink è un musicista indipendente americano, caposaldo del genere comunemente detto Lo-Fi e considerato da molti vero baluardo dell’avanguardia Pop. Il suo stile compositivo è di chiara matrice psichedelica e gli arrangiamenti fanno sì che le sue canzoni sembrino provenire da una musicassetta di trent’anni fa, eppure ha dimostrato di essere costantemente in grado di scrivere melodie a prova di bomba.
Linda e Marta invece ascoltano le ultime che passano alla radio.
Ho capito subito che sarebbe stata una missione impossibile quando Marta ha esordito dichiarando: “Eh ma zio, lo sai che a noi ci piacciono le canzoni che escono ora!”.
Ho provato quindi due approcci diversi per cercare di farle resistere almeno al primo ascolto: prima ho spiegato loro che le canzoni di Pom Pom, se pensate con arrangiamenti diversi, sarebbero esattamente le stesse che ascoltano loro alla radio (merito dell’attenzione di Ariel Pink al pop in tutte le sue forme); quando questa tecnica non ha funzionato ho deciso di giocare sporco, facendo sentire a Linda e a Marta tutti i brani più buffi e particolari, quelli che più facilmente possano colpire l’immaginazione di un bambino.
Effettivamente mostrar loro in apertura il video della splendida “Put your number in my phone”, in cui il cantante è vestito con pelliccia e cappello verdi, truccato con rossetto e treccine e accompagna un vecchio paraplegico in carrozzina all’interno di un centro commerciale, non è stata forse la mossa migliore che potessi concepire.

Per fortuna sono arrivati a salvarmi i cambi di tempo deliranti di Plastic Raincoats in the Pig Parade ma soprattutto le vocine buffe e la cantilena di Jell-o, che sono riuscite a strappare alle due marmocchie un bel po’ di grasse risate. Marta ha persino detto: “questa è bella!”
Ho poi optato per l’ascolto traccia dopo traccia, puntando sul fatto che l’estrema eterogeneità dei brani che compongono il disco non avrebbe annoiato.
Su White Freckles Marta ha detto: “È bella come musica solo che la voce è un po’ coperta dalla musica. Mi sta venendo mal di testa.”
Ho proposto quindi alle ragazze di scegliere liberamente la traccia successiva e loro, dotate di quell’intuito tipicamente  bambino, hanno cliccato su Exile On Frog Street, salvata da Marta: “Qua non ti fa venire mal di testa se la ascolti, ti rilassa, ad esempio, quella di prima non era così, se qualcuno la volesse suonare come farebbe? Non potrebbe! E allora che senso ha?”. Linda nel frattempo Rideva sui rumori delle rane in sottofondo e sgranava gli occhi sui passaggi più prog del brano.
Piano piano la diversità comincia a pagare: Marta e Linda ammettono che “è bello che siano tutte diverse le canzoni, almeno non ti annoi. All’inizio sono calme, lente, ma dopo si agitano, o viceversa. Tipo, Black Ballerina è bella perché c’è il ritmo con la voce che si sente”.
Dovete sapere che Marta, la più piccola, ha un carattere piuttosto estroverso ed è un’inguaribile esibizionista. Inoltre va a lezioni di Danza. La conseguenza diretta è che da qui in poi ad ogni canzone che ha sentio mi ha raccontato un’immagine che la musica le evocava, eccole quindi fedelmente elencate qui sotto:

Goth Bomb (scelta a caso da Linda perché il 9 è il suo numero fortunato): “Questa è un cowboy che è a cavallo e usa la corda”
Picture Me Gone: “Mi fa venire in mente le ginnaste al rallentatore che si vedono in TV” e agli sfottò della sorella maggiore, adolescente e quindi più contenuta, ha ribattuto: “Almeno io ce l’ho l’immaginazione!”
Four Shadows: “Un tizio che cammina al rallentatore oppure quelli che si arrabbiano al rallentatore”.
Lipstick: “penso alle ragazze che camminano molto tristi oppure a quando nei film volano tra e nuvole”.
Not Enough Violence: “Fa paura, ma  è un ballo”.
Nude Beach a Go-Go: “Sembra un coro delle suore, però maschi, se hanno visto Sister Act”
Dinosaur Carebears: “sembrano quei film degli agenti segreti però arabi. Poi negli stacchi sembra quando balla pinocchio”.
Negative Ed: “è rock però con la voce di babbo natale! Ho Ho Ho!”

Alla fine di questa velocissima panoramica (perché nel frattempo hanno preso loro il controllo della riproduzione) sono completamente strabiliato dal fatto che le mie nipoti, senza alcun tipo di cultura musicale e pur non apprezzando gran parte del disco, abbiano inquadrato appieno l’immaginario pop-consumistico di Ariel Pink e i mille riferimenti alla cultura moderna che, seppur in una confezione estrema e non alla portata di tutti, arriva diretta anche ad un bambino.

Nel frattempo Linda, che ha un carattere più introverso della sorella, era rimasta in disparte, ma alla fine è uscita con una chiosa tanto precisa quanto geniale: “Alcune canzoni sono belle, altre no. Quelle brutte sono strane, quelle belle… Sono strane. Ma divertenti”.

E poi Marta, che vuole sempre avere l’ultima parola, ha concluso con un’ammissione: “posso dire una cosa? Questo cantante è davvero pazzo”.

A volte i bambini riescono intuitivamente a svoltarti la giornata.
Frankie

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