Skip to content

Bambini schiavi: la lettera di Liaam nella giornata della verità sulle gravi violazioni dei diritti umani

 Oggi sono diventato padre. Padre per la prima volta.

Sei un maschio. Ti abbiamo chiamato Liaam, colui che parla col cuore.

Mi hanno raccontato che nella parte del mondo dove si sta bene i padri non sono come noi del Pakistan: altrove pare che i papà, come le mamme, accudiscano i figli, giochino con loro, addirittura li lavino e gli diano da mangiare. Oggi, tenendoti in braccio per la prima volta, ho compreso immediatamente perché lo fanno: avere un corpicino tra le braccia, così caldo, profumato ed indifeso, è la sensazione più straordinaria del mondo. Ti fa sentire il futuro in mano, ti fa sentire in grado di cambiare le sorti, ed i buoni propositi si sprecano. Ma poi ritorni di colpo con i piedi per terra, e ti senti l’uomo più inutile del mondo. Perché realizzi che tutto rimarrà immutato.

Ecco, a me piacerebbe passare tanto tempo di qualità con te da qui in avanti, come quei padri lì, ma la mia vita non è la mia, non mi appartiene. Sono uno schiavo. Servo il signore sin da pochissimo, come aveva fatto mio padre. Qui dicono che è così che deve andare, che nel mondo deve pur esserci qualcuno che fa il lavoro sporco. Non ho neanche studiato, e mi affligge sapere di non poterti lasciare in eredità neppure questi pensieri, perché non li so scrivere. Forse non li so neanche far uscire dalla bocca. Magari qualcuno prima o poi lo farà al posto mio.

campo di palme

E proprio oggi, mentre ti guardo per la prima volta, comprendo appieno cosa ho perso, cosa questa vita mi ha negato. Mi ha tolto la parola, perché sono cresciuto con la consapevolezza che noi non abbiamo nulla di interessante da comunicare, e non ci ho nemmeno mai provato a dire la mia; mi ha tolto la speranza di un futuro diverso, perché me lo hanno detto da subito che il nostro destino è questo, da generazioni; mi ha spesso tolto anche il pensiero, perché con un corpo incatenato a questa vita fatta di giorni sempre uguali, di catene sempre più strette ma che l’abitudine rende via via sempre meno dolorose, muori dentro, e non pensi neanche più, per vergogna; ma oggi mi toglie la cosa più importante. Oggi non ti posso promettere che per te sarà tutto diverso, che tu nei campi non ci andrai, che tu studierai e avrai il coraggio di dire la tua, che la vita non appartiene che a noi. Non te lo posso promettere perché non saprei come sovvertire questo sistema, perché mio padre non lo ha fatto e perché io che di anni ne ho 26 lavoro da oltre 20, e non saprei cosa insegnarti se non a quanti centimetri di profondità si piantano i semi.

Però ci proverò, figlio mio. Ci proverò lo stesso ad essere un buon padre. E non ti dirò “è così che deve andare“, così tu non lo dirai a tuo figlio, se ne avrai. Ti dirò che devi provarci a dire la tua, ti dirò che devi provarci.

giornata della verità sulle violazioni dei diritti umani

Ecco papà. Spero che possa sentire tua questa lettera che ho scritto al tuo posto. Spero che la possa sentirei sua ogni padre della mia terra. Quello che ho scritto me l’hai comunicato in ogni istante della nostra vita insieme, e dove mancavano le parole, che spesso facevano fatica ad uscire, c’erano i tuoi occhi, c’erano i tuoi sospiri, c’era poi la luce nello sguardo di chi ha capito che forse non è poi così malvagia l’idea di mettere suo figlio su un barcone e mandarlo via, verso un altro futuro che è senz’altro incerto, ma sicuramente meglio di quello che lo attende se resta.

Grazie per avermi dato il coraggio di crederci. Grazie per avermi donato quella curiosità e quell’incoscienza che mi hanno dato la forza di scappare da quell’orrore alla scoperta del mondo, il coraggio di fare a meno della mia famiglia nel tentativo di cambiare le sorti della mia vita. Oggi sento già di aver onorato il tuo essere padre, ed il mio essere individuo.

Grazie perché nell’umiliazione dentro ai tuoi occhi, quando al mattino mi venivi a svegliare per andare sui campi, ci ho riversato tutta la mia voglia di riscatto. E sogno che nessun padre si debba mai più sentire così. E sogno che nessun bambino debba mai più leggere tanto dolore negli occhi di suo padre.

Liaam

lavoro minorile

Chi è Liaam? Esiste Liaam?

La storia di Liaam è una qualsiasi storia di bambini sfruttati ed infanzia negataun qualsiasi bambino costretto alla schiavitù minorile, che sarebbe finito a pagare i debiti ereditati, fino alla fine dei sui giorni. Perché in Pakistan, ed in tanti altri posti del mondo, succede anche questo: erediti la schiavitù. Solo quella. E a maggior ragione oggi, che è la giornata della verità sulle gravi violazioni dei diritti umani, queste cose vanno ricordate.

lavoro minori

Siamo nel 2016. Il diritto all’infanzia dovrebbe essere esteso a tutti i bambini, ma di fatto non è così. Cosa possiamo fare noi? Non lo so. Forse dovremmo iniziare con il parlare di più del problema. E allora, nel mio piccolo, vi metto davanti alla storia di un qualsiasi bambino di un paese dove ancora si pratica una vera e propria tratta degli schiavi infantile, la storia di un bambino schiavo che può chiamarsi Liaam o in mille altri modi, che lavora in campi di palme oppure a cucire i palloni e le scarpe con le quali i figli “della parte bella del mondo” poi giocano, com’è giusto che sia. Un bambino che potrebbe avere la stessa età dei nostri. E se penso che a delle piccole mani, come quelle di mio figlio, venga data l’imposizione di fare altro rispetto alle carezze alla mamma, al pasticciare il cibo, al manipolare giocattoli per il mero piacere di farlo, il mio cuore di mamma si sgretola, e la vergogna per il genere umano mi pervade.

bambino cuce palloni

Chissà se prima o poi ogni bambino potrà avere un’infanzia degna di chiamarsi tale, con mani che non debbano fare altro che condurlo nella sua scoperta di un mondo più giusto.

Loredana Amodeo

Articoli correlati

Categorized: FAMIGLIA
La redazione

La redazione

La redazione di Chizzocute è come una famiglia, grande e animata, composta da donne e uomini uniti da ideali di vita sostenibile, che pongono le relazioni umane al centro delle proprie scelte, consapevoli che tutti noi “siamo frutto della nostra famiglia”.

All posts by La redazione