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Bambini “speciali” ed integrazione scolastica: riflessioni

Qualche anno fa mi sono stata mandata in una scuola a lavorare con un bambino speciale.

Un bambino gravemente compromesso, che a causa della sua disabilità all’età di 7 anni ancora  frequentava la scuola dell’infanzia. È stato un anno estremamente difficile, uno dei pochi in cui ho seriamente pensato di mollare perché sentivo che non sarei riuscita a reggere la pressione. Ma è stato anche un anno che mi ha seriamente spinto a riflettere e a valutare cose su cui non mi ero mai soffermata con la dovuta attenzione.

Una di queste cose è stata la questione dell’integrazione di questi bambini speciali all’interno delle scuole… fino a quel momento ero sempre stata dell’idea che la scuola, in primis, dovesse essere il luogo dove attuare un progetto integrativo efficace per ogni alunno. A poco a poco, accorgendomi dei bisogni speciali del mio bambino, ho cominciato a notare che non sempre la scuola è preparata ad intraprendere un cammino in questa direzione.

Ma forse è meglio se facciamo un attimo un passo indietro, fino all’abolizione delle cosiddette “scuole speciali”.

Fino a qualche anno fa, prima che cominciassero a circolare le teorie della Berkley University che condannavano ogni forma di emarginazione, in Italia, così come nel resto d’Europa e del mondo, esistevano le scuole speciali, ovvero realtà scolastiche vere e proprie dove avevano la possibilità di essere inseriti  i bambini con disabilità di diversa natura. In queste scuole spesso venivano inseriti anche bambini la cui unica difficoltà era rappresentata dall’ambiente sociale e familiare da cui provenivano. Insomma, erano in tutto e per tutto considerate dei “ghetti” dove inserire bambini e ragazzi che altrimenti non avrebbero avuto la possibilità di intraprendere un percorso scolastico.

All’inizio degli anni Settanta, la legge n. 118 stabilisce che gli alunni disabili debbano frequentare le comuni scuole da cui fino ad allora, anche solo per convenzione sociale, erano stati esclusi. Questa legge, integrata poi alla fine degli anni Settanta dalla legge 517, inoltre introduce quello che qualche anno più tardi diventerà il concetto di integrazione, prima, ed inclusione poi, nella realtà scolastica, di questi bambini.

Ma che cosa si intende realmente quando si parla di integrazione? E in cosa si differenziano “integrazione” ed “inclusione”?

Parlando di “integrazione dell’alunno con disabilità”, si voleva focalizzare l’attenzione sul contributo che il bambino portava con il proprio lavoro e le proprie esperienze al gruppo classe. Ci si distanzia quindi dal semplice inserimento di cui parlava la legge, ma riconosce al percorso scolastico del bambino disabile un valore utile sotto diversi aspetti e non fine soltanto all’apprendimento e alla valutazione.

Questo riconoscimento portò alla riflessione su quanto il termine integrazione risultasse univoco, cioè presupponesse che fosse l’alunno disabile a dover trovare il modo di adattarsi ai compagni. Seguendo questo ragionamento di arriva quindi a quello che dovrebbe essere l’obiettivo scolastico principe, ovvero la vera e propria “inclusione” dell’alunno con disabilità, cioè una piena coeducazione tra alunni, nel rispetto reciproco delle diverse abilità e sensibilità.

Come dicevo all’inizio, però, la scuola non è sempre preparata ad intraprendere un cammino in questa direzione. Spesso purtroppo i tempi scolastici non consentono di valorizzare ed integrare i differenti percorsi educativi individualizzati, di modo da consentire all’alunno disabile di apportare il proprio contributo all’interno del gruppo classe.

E, come già scritto, in un precedente post, per alcuni di questi bambini e ragazzi speciali, l’ambiente scolastico, è fonte di una una vera sofferenza in quanto presenta degli stimoli sensoriali tali da risultare quasi intollerabili.

La vera e propria inclusione è auspicabile, ma deve essere affiancata da una attenta valutazione delle caratteristiche di ognuno di questi bambini speciali affinché a tutti sia garantito un percorso ed un’esperienza scolastica adeguati alle proprie esigenze.

Arianna Ghirimoldi

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