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Uscire dalla depressione post partum: sono prigioniera di mio figlio

Ho la testa che mi scoppia. Nelle orecchie solo la voce dei parenti, degli amici, dei vicini di casa.

Persino la signora che ho incontrato per strada ne sapeva più di me.

Quei due giorni all’ospedale non sono stati così complicati come credevo, il pensiero che, una volta tornati a casa tutto andasse bene, era quasi certezza.

Quando, invece, ho oltrepassato la porta di casa, ho sentito un nodo che mi stringeva forte lo stomaco. D’un tratto ho sentito tutto il peso di essere genitore sulle mie spalle, la paura di essere da sola e di non farcela ha preso il sopravvento. La sapienza non cercata di chi mi stava intorno mi torturava, non dava spazio ai miei sentimenti, alle mie emozioni.  Soffocava il mio istinto di mamma.

Lui voleva solo me. Il mio bambino mi voleva, mi toccava, mi annusava. Con la sua piccola bocca si cibava di me, della mia anima, del mio spirito. Piangeva se mi allontanavo. Fare una doccia era diventato un lusso che potevo concedermi, a patto che lo facessi in pochi minuti, preparare un pranzo decente non era possibile. Ero al suo servizio, ero il suo bisogno più grande.

Mi sentivo inadeguata. Che cosa stavo sbagliando? Tutti mi dicevano che doveva imparare a usare il ciuccio, non potevo dargli il vizio del seno. Doveva poppare ogni tre ore, perché prima è solo un capriccio. La notte doveva dormire nel suo letto perché imparasse già da subito quali erano i limiti da non oltrepassare. “Non puoi dipendere da lui”, dicevano.

Ma il mio cuore dava voce a tutt’altro. Lui era li, sempre tra le mie braccia, a cibarsi di me. La notte lo tenevo nel mio letto, lo annusavo, lo baciavo. Sì, sono prigioniera di mio figlio. Sono prigioniera di quell’amore che non da spazio alle parole, perché basta guardarsi negli occhi. Sono prigioniera delle sue mani mentre mi accarezzano il seno.  Sono prigioniera del suo cuore quando batte sopra il mio, della sua vocina che tenta di dirmi che mi ama.

Come posso allontanarmi da lui, non dargli quello di cui ha bisogno?  Per nove mesi è stato parte di me, ha respirato i miei respiri, ha bevuto del mio corpo. All’improvviso è venuto al mondo e si è trovato in mezzo a luci, suoni, mani che toccano. Ora cerca la sicurezza di un corpo che conosce, del battito del cuore che lo ha cullato per nove mesi, il profumo della pelle che sa di mamma.

E allora sì, io voglio essere nelle sue mani.  Perché troppo presto saranno anche le mani che mi lasceranno andare, per vivere una vita che sarà solo sua. Le stesse mani che mi saluteranno quando preferirà giocare con gli amici, quando mi dirà di essere troppo grande per ricevere baci.  Arriverà il momento in cui io sarò solo la persona che lo ha partorito, quella che ora sistema la camera e prepara buon cibo. Allora voglio godermi l’attimo. Ogni minuti, ogni secondo.  E non conta più nulla. Non sento più le parole della gente, gli spot alla tv. Non sento il dottore che parla di vizi, non sento la nonna che racconta ciò che faceva lei, non sento un marito che rivuole il proprio posto nel letto.

Ho deciso di andare nella direzione in cui guardano i suoi occhi, di ascoltare i suoi gesti, i suoi segnali. Perché, come dice una mia amica, “le mamme sanno tutto, solo che non lo sanno”.

Ora siamo noi e, anche se il mio bambino forse presto lo dimenticherà, io sono lui e lui è me.

Maria

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