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Donne che salvano gli uomini (spirito da crocerossina 2.0)

Da grande volevo fare la chirurga, ho fatto la crocerossina.

Avete presente quella famosa storia della donna con lo spirito da crocerossina? Sì, mi riferisco alla conosciutissima versione della più moderna favola, in cui una comune donna da un giorno all’altro sviluppa un’irrefrenabile voglia di salvare il mondo, ed in particolare di salvare un uomo.

Salvarlo da cosa, vi chiederete voi.

E’ una bella domanda, vi rispondo io: salvarlo da un caratteraccio, dalla sua inaffettività e –perché no- dalla sociopatia, visto che tante di noi hanno una certa tendenza ad innamorarsi di casi umani.

Beh, ad ogni modo, anche se in linea di massima già la storia dello spirito da crocerossina è –concedetemi il Fantozzismo– una cagata pazzesca (oltre che una perdita di tempo), io credo di aver sviluppato qualcosa di ancora più invasivo.

Sì, perché a me no bastava fargli (dove quel “gli” non sta per una persona specifica ma per qualcosa che ha accomunato tutte le mie relazioni o pseudo tali) da psicologa, da infermiera, da riabilitatrice psichiatrica, da consigliera, amica, amante, e chi più ne ha più ne metta. No, a me non bastava essere la versione Super Sayan della crocerossina: io volevo fare la chirurga.

E quindi no, non aprivo i miei fidanzati come tacchini sul tavolo della cucina, tranquille.

Magari!” -mi verrebbe malignamente da dire oggi- magari perché mi sarei risparmiata parecchi castelli mentali, parecchie domande e discussioni inutili, parecchie incazzature e parecchi pianti isterici sotto la doccia; mi sarei risparmiata parecchie giornate di malumori inspiegabili agli occhi degli altri, parecchie messe in discussioni di me stessa (“ma cosa non va in me?!”) e una marea di note sul telefono per riordinare il gomitolo di pensieri che avevo in testa.

Invece no, niente spirito da assassina o da sezionatrice di cadaveri: solo da crocerossina, o peggio, da chirurga.

Io vedevo un problema, un errore, un disagio e mi lanciavo con la mia mascherina e il mio bisturi pronta a riparare il danno… danno magari sviluppato nel giro di anni, nel giro di una vita. Ma io niente, determinata come una donna che vede un paio di scarpe firmate a 20 euro durante il Black Friday e deve averle per forza, dovevo salvarli dai loro traumi infantili e adolescenziali. E non solo! Questo era l’inizio: una volta salvati da loro stessi, mi sarebbero stati così riconoscenti da non lasciarmi mai più andare. E avremmo vissuto per sempre felici e contenti, nastri, nastrini, topolini che mi cuciono il vestito per il ballo, tulle da tutte le parti e capelli fluenti che Pantene scansate. Così mi affannavo, ce la mettevo tutta, ci provavo in ogni modo: diventava una questione di principio e ce l’avrei fatta.

Ciò non significava solo perdere una quantità di tempo e di energie non indifferenti per portare avanti un piano tanto diabolico quanto insulso, ma anche e soprattutto scendere a compromessi con la parte di me stessa che si rendeva conto di quanto fosse faticoso il tutto.

Più di una volta, cercare di salvare qualcun altro, ha significato perdere me stessa, umiliarmi, prostrarmi, diventare la parte debole e –talvolta- rinunciare alla mia dignità personale.

E sapete qual era il mio modus operandi? Insistere.

Passavo le mie giornate a insistere. A rendermi disponibile con l’intento di far capire che io ci sarei stata, ma con l’evidente risultato di sembrare un tappetino dell’Ikea. Di quelli pure brutti, che durano poco.

Poi un giorno mi sono resa conto di una cosa: nella tempesta, più ti affanni, più le onde ti tirano giù. Più cerchi di far andare a tutti i costi bene le cose, più i risultati tardano ad arrivare. Più aspetti qualcosa con la stessa ansia che si ha prima dell’esame di anatomia, più l’attesa è lunga. Insomma, ho capito che mi stavo sforzando troppo e stavo sprecando le mie energie, così ho smesso di correre, ho smesso di insistere: ho cominciato a godermi il panorama senza puntare troppo alla meta.

Ho capito in primis che se devi insistere, c’è qualcosa che non va. Nessun uomo che ti voglia anche solo un minimo, si sognerebbe mai di farsi pregare per stare con te.

E poi ho capito che aspettare con ansia che lui ti presenti ai suoi amici, ai suoi genitori, aspettare una telefonata, aspettare la richiesta di una cena romantica, rincorrere tutto sempre e comunque, rovina l’atmosfera. Non ti diverti e non te la godi.

Per cui smettila di affannarti, di rincorrere qualcosa e inizia a viverti quello che hai. Con calma e con tranquillità. E non fare la chirurga, cambia mestiere.

Deborah

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La redazione di Chizzocute è come una famiglia, grande e animata, composta da donne e uomini uniti da ideali di vita sostenibile, che pongono le relazioni umane al centro delle proprie scelte, consapevoli che tutti noi “siamo frutto della nostra famiglia”.

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