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Enrico Ruggeri e il nuovo album “Un viaggio incredibile”: intervista

Enrico Ruggeri ha un difetto. Se così si può chiamare. In un mondo che tende al piattume e al grigiore, all’omologazione artistica e umana, non è mai banale.

Te ne accorgi dalle chiacchierate, che non nega mai ai suoi fans e a chi lo intervista. Ti accorgi di un uomo in perenne scommessa e curiosità verso il mondo, una creatività che nasce dalle mille occasioni che ogni giorno ha di confrontarsi con le persone. In un ambiente di gente che è convinta di essere arrivata, Ruggeri non ci pensa proprio ad approdare, a guardare tutti dall’alto. Gli piace sporcarsi le mani, gli piace essere per strada a capire come funziona questa vita. Reduce dal quarto posto di Sanremo con Il primo amore non si scorda mai, un piazzamento che ancora grida vendetta, visto che a detta di molti colleghi e critici musicali, il brano doveva quantomeno giocarsela con la canzone vincente degli Stadio. Da poco è uscito il suo album che contiene anche la canzone di Sanremo. Si intitola Un viaggio incredibile (ne avevamo parlato in questo articolo). Contiene inediti, delle cover di canzoni di Bowie e alcune sue vecchie canzoni. Abbiamo fatto due chiacchiere con lui, tra i mille impegni presenti e futuri, tra cui un Tour in partenza.  

ruggeri

Un album in cui hai dichiarato di guardare con più indulgenza agli esseri umani, sembra l’affermazione che Al Pacino fa ne “L’avvocato del Diavolo” quella che lo rende quasi simpatico, “io ho amato l’uomo anche per le sue imperfezioni e non l’ho giudicato”.

Ci spieghi la tua chiave di lettura dell’uomo in quest’ultimo lavoro?

Non è stata una cosa voluta, in realtà me l’ha fatta notare un altro giornalista Michele Monina, che ha ascoltato l’album e ha detto “lo trovo diverso da pezzi di vita, il tuo album precedente”, in effetti è vero, in “pezzi di vita” ero un po’ più apologetico e teso a stimolare e stigmatizzare alcuni aspetti della società, in “un viaggio incredibile”, invece sono più caritatevole, specie in alcune canzoni come La badante o il cielo di ghiaccio, o dopo di me in cui ritorna il tema dell’abbandono, non so nemmeno bene io perchè ma mi sono rivolto agli altri in maniera più indulgente. Anche se per me non è nemmeno la prima volta. Ho raccontato grandi temi con piccoli personaggi secondi o perdenti di questa società, come Lettera dal fronte, Trans (presenti entrambe come canzoni ricantate nell’album) o La preghiera del matto, dove affronto il tema della depressione, raccontare la storia di uno per occuparmi di un problema.

Dopo calcio, ciclismo e boxe, ecco un atto d’amore verso il rugby con la canzone la linea di meta, cantata insieme a Francesco Pannofino.

Come mai un inno allo sport di squadra per antonomasia?

Sono sincero, non passo la giornata a guardare partite di rugby, guardo solo le partite importanti come Inghilterra – Sudafrica ad esempio. Ma è uno sport che è veramente letterario, si presta alla narrazione. Non ci sono grandi star, come Maradona, Pelè, Cristiano Ronaldo o Messi. Nel rugby non si vince mai la partita da soli. Alla fine chi fa la meta è importante ma non importantissimo, la meta è frutto del lavoro di 8-9 persone che portano la palla dall’altra parte. Nel rugby non succede quello che può succedere nel calcio, che la squadra più debole si difenda e dopo 2-3 pali della squadra forte, la debole segna e vince. Insomma le piccole ingiustizie sportive nel rugby non avvengono, se in una squadra non c’è un collettivo all’altezza la squadra perde. È un inno allo spirito di gruppo, in più è uno sport senza rivalsa sociale, non hai i genitori che si arrampicano sulle reti contro l’allenatore, è dilettantistico nel senso più bello del termine, nel senso che non c’è rivalsa sociale, si fa per passione e basta.

rugby

Nell’album c’è una canzone che sembra molto imparentata con Niño no (canzone dal ritmo sudamericano che raccontava di povertà presente nell’album l’uomo che vola), un ritratto di una badante che nelle sue difficoltà sogna di poter tornare a casa a natale.

Cosa ti ha ispirato nel parlare di una categoria spesso in secondo piano della vita di chi invecchia?

Persone precise, proprio la persona che si è occupata di mia zia, ma si estende a tutte le nuove figure che per le nostre ormai giornate convulse, si prendono cura di bambini o vecchi che noi non abbiamo il tempo di accudire.

Nell’album c’è una canzone che si intitola il volo su Vienna. Ci spieghi il suo significato?

È la narrazione di una follia, nata quando due anni fa ho suonato al Vittoriale dove c’è un teatro molto bello e mi hanno fatto vedere la casa di Gabriele D’Annunzio, una emozione grande che consiglio a tutti, perchè si vede l’uomo che fa del suo scrivere e vivere un’opera d’arte, ma al di là di tutto ho visto l’aereo del suo volo su Vienna, un aereo che è veramente composto da quattro pezzi di ferro, con cui io e te non avremmo il coraggio di volare da una porta all’altra di un campo da calcio. Lui ci vola per migliaia di chilometri, per arrivare su Vienna e lanciare dei volantini e praticamente prendere in giro gli austriaci, dicendogli e ricordandogli che avevano perso la guerra. Una follia, una beffa d’altri tempi, io ho immaginato lo stato d’animo suo mentre faceva questa impresa.

David Bowie è stato per te fonte di ispirazione. Hai scritto più volte che avevi il suo poster in camera. I fan ricordano un tuo lontano tour in cui cantavi Heroes come intro a Poco più di niente e adesso nel nuovo album fai un omaggio con quattro cover a lui dedicate.

Come hai vissuto il momento in cui hai appreso della sua scomparsa?

In qualche modo mi sono sorpreso, non sapevo della sua malattia. La Sony mi aveva mandato in anteprima il suo nuovo album e io ero stato meravigliato dalla bellezza e dal coraggio di certe canzoni, uno dei suoi migliori album di sempre, poi ho appreso della sua morte e il cerchio si è chiuso, ahimè. Era un testamento morale e musicale.

david bowie

Come definisci il tuo momento Musicale e umano?

Non sei mai stato incline ai compromessi, ma ora più che mai sembri molto più affine a un tuo taglio musicale personale, ricerca di tue sonorità come un marchio, la canzone di Sanremo parlava col tuo marchio di amore più pezzo vitaminico.

In realtà è più facile di quanto sembri. La musica si appiattisce e in questo piattume generale emerge chi fa cose proprie e cerca di dare un proprio marchio alle canzoni, ma ripeto, è molto facile.

In questi anni hai raddoppiato e hai pubblicato libri di successo, rivelando anche un filone di giallista molto in gamba.

Sappiamo che stai scrivendo un nuovo libro, puoi darci qualche anteprima?

In realtà il libro precedente era andato molto bene (la brutta estate ndr)e molti mi avevano fatto notare che la figura più riuscita era quella del commissario Lombardo, per cui nel nuovo romanzo con Mondadori, il commissario avrà dei collaboratori, un ufficio e una famiglia, per cui sarà incentrato sulla sua figura.

la brutta estate ruggeri

Ormai la musica viaggia tra social, voti, concorsi e contest.

Tempo fa dicesti che se ci fosse stato un nuovo De Andrè non sarebbe emerso mai in questa epoca, la pensi ancora così?

Non solo la penso così, ma per come si prospetta il tutto adesso, non ci sarebbero Vasco Rossi, Gaber, Ruggeri, Battiato, Paolo Conte. Immagina questi personaggi alle prese col problema di piacere al primo singolo o all’interno di una competizione musicale ad eliminazione, la gente non va a vedere Vasco o Ruggeri perché sono portatori di bel canto, così come gli altri, va perché ascolta quello che diciamo. E questo vale per chi sta sulla scena da trent’anni. Ma adesso per forza di cose finisci solo per scegliere quello che canta meglio, non stai a sentire che vita ha, cosa pensa, che libri legge e che idee ha, tutto questo non c’è più. Lo so per forza di cose avendo fatto il giudice in un talent.

Ettore Zanca

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