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L’equilibrio dell’instabile: un nuovo modo di vivere

Siamo donne e come tali siamo tutte soggette ad un innato odio per quell’oggetto satanico che presenzia nelle abitazioni del 90% della popolazione: la bilancia.

Sì, perché quella maledetta è spietata, non perdona, non mente. Se la sera prima abbiamo sfruttato al meglio l’ all-you-can-eat dal cinese mangiandoci pure il braccio del cameriere in tempura, lei lo sa.

Ma come ben sapete, parlare di diete, bilance, peso, ciccia, complessi non mi va.

Non mi va proprio più.

Ho perso fin troppo tempo a contare perfino le calorie del sedano e a crucciarmi ore ed ore per aver mangiato un quadratino di cioccolato extrafondente.

Quei tempi buii in cui non mi potevo assolutamente concedere un piatto di pasta scondita senza poi dovermi arrampicare su per una montagna per una ventina di kilometri solo per non sentire i sensi di colpa, sono finiti.

Come ho già accennato in questo articolo, ho solo un proposito per il momento: ascoltarmi e volermi bene.

Ed ecco che, mentre ammiravo il mio rotolino sulla pancia cercando disperatamente di fare amicizia, mi è caduto l’occhio proprio su quell’oggetto: la bilancia.

Ho pensato che, sebbene mi abbia sempre fatto paura, fino a qualche mese fa salirci sopra e vedere il numero lampeggiare crudelmente un numero sempre più basso, mi rendeva in qualche modo soddisfatta di me e del mio volermi male. 

Adesso sono mesi che ormai non ci salgo più, sulla bilancia, e non è nei miei programmi farlo. Irrazionalmente perché ho paura di leggere una cifra troppo vicina e concorde col mio rotolino sulla pancia e alle mie cosciotte piene; razionalmente perché ho realizzato di essere più di un numero e perciò -diciamocelo chiaramente– chissenefrega di quanto peso?!

Tuttavia, non ho potuto fare a meno di riflettere sulla questione dell’equilibrio e soprattutto su quanto sia difficile ottenerlo.

Sono sempre stata brava a rendere al massimo negli eccessi, mai nella giusta dose. Insomma, sono quella che le sfumature di grigio le ha sempre scartate a prescindere (in tutti i sensi, sì, pure il libro.)

Ero sempre quella della dieta ferrea, oppure del “mangio tutto quello che mi va senza limiti anche a costo di star male”;

Quella dello studio matto e disperatissimo, oppure del -concedetemi il francesismo- fancazzismo più totale;

Quella che si divorava due libri in una settimana, oppure che non leggeva per mesi interi;

Quella che amava follemente e incondizionatamente un uomo per anni interi e poi non voleva più sentire parlare di amore per altrettanto tempo;

Quella che era capace di finire una serie TV in un paio di notti insonni, oppure di non vedere uno schermo acceso per settimane.

Insomma, diciamo con tranquillità che l’equilibrio non è mai stato il mio forte, né per quanto riguarda la stabilità emotiva, né tantomeno quella fisica visto che ho l’abbonamento ufficiale alle cadute in pubblico.

Però ho deciso di lavorarci su, di provare a migliorare questo difetto di fabbrica che non pare coperto dalla garanzia (se no mi avrebbero già fatta riparare… O mi avrebbero direttamente cambiata?!)

D’ora in poi equilibrio significherà accettare le sfumature, le vie di mezzo, la mediocrità, il giusto, l’anonimo.

Perché, se c’è una cosa che ho imparato, è che a rincorrere sempre il bianco e il nero, a volere sempre e solo la cima e il fondo, a guardare solo l’inizio e la fine, si lascia cadere nel vuoto tutto ciò che c’è nel mezzo. E sapete cosa succede? Che ci si perde tutto il bello e ci si ritrova a perdere l’equilibrio.

Alla prossima settimana,

Deborah

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