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Fiabe per bambini: Giovanni e il folletto dispettoso

Ebbene, lo confesso…i folletti mi piacciono un sacco!

Così nel corso degli anni ho raccolto una tale quantità di informazioni e notizie sul loro conto, da meritarmi (udite, udite e perdonatemi la poca modestia!) il titolo di maggior Follettologa vivente…Perlomeno nel paese in cui vivo.

Per cominciare, vi propongo quindi proprio una fiaba sui folletti!

Giovanni e il folletto dispettoso

Nel giardino di Giovanni c’è un cespuglio di biancospino. Tra le sue radici vivono quattro folletti: Tac, Tic, Toc, Tuc.

Ogni notte i folletti entrano in casa di Giovanni e si divertono a fare qualche dispetto (cosa volete, i folletti sono proprio delle birbe!). Si tratta perlopiù di dispettucci innocenti: di guai seri per fortuna non ne combinano mai.

Stamani, per esempio, quando la famiglia si riunisce per la colazione, Alice sbadiglia assonnata e tra uno sbadiglio e l’altro bofonchia:

«Questa notte non ho dormito bene. Mi ha svegliato un toc nell’armadio».

«È il legno che schiocca» risponde la mamma.

«È un folletto dispettoso» ribatte il nonno.

Papà, che ha sempre paura di arrivare tardi in ufficio, guarda la sveglia appesa alla parete e dice:

«È ancora indietro. Eppure ieri l’ho rimessa!»

«È la pila che è scarica» risponde la mamma.

«Sono due folletti dispettosi!» ribatte il nonno, convinto.

Martina, che è molto orgogliosa dei suoi riccioli bruni, si passa le dita tra i capelli ed esclama:

«Ahi! Sono tutti annodati».

«È perché non hai usato il balsamo» risponde la mamma.

«Sono tre folletti dispettosi!» insiste a ripetere il nonno.

Tutti guardano il nonno e tutti scuotono la testa: da quando la nonna se n’è andata, nonno Osvaldo è diventato ancora più strambo, poverino!

Tutti, fuorché Giovanni. Lui ai folletti e alle storie che il nonno conosce sul loro conto ci crede.

Non li ha mai visti, ma sa – glielo ha spiegato nonno Osvaldo – che i folletti sono alti poco più di cinque centimetri, hanno il naso molto lungo (così possono ficcarlo meglio negli affari degli uomini) e delle orecchie sporgenti e appuntite, che servono a sostenere il loro berrettino verde. Il berretto è molto importante e i folletti non possono abbandonarlo per nessuna ragione: l’energia, la voglia di burle e la magia di un folletto sono racchiuse proprio nel suo berretto.

Ora, mentre Tac, Tic e Toc corrispondono perfettamente alla descrizione del nonno, Tuc si differenzia un po’ dai fratelli. Tuc, infatti, è nato con un naso a patatina e delle orecchie piccine, cosicché il berretto gli scende sempre sugli occhi e finisce per impacciarlo nei movimenti, rendendolo molto, molto maldestro. Rendendolo, insomma, un folletto…imbranato!

E per un folletto imbranato non c’è gusto nemmeno a fare i dispetti.

La notte appena trascorsa pensate sia stato lui che in casa di Giovanni si è divertito a battere un colpo dietro l’altro sull’anta dell’armadio? No! È stato Toc.

Tuc, imbranato com’è, si è nascosto in un cassetto del comodino.

E chi ha giocato all’altalena, a cavalcioni sulle lancette della sveglia in cucina? Sono stati Tic e Tac. Tuc, da bravo folletto imbranato, se n’è stato tranquillo a sbirciare dall’orlo della zuccheriera. Non si è  neanche arrampicato insieme ai tre fratelli su e giù per i capelli di Martina. Per non correre il rischio di inciampare nel bordo del berretto, Tuc è rimasto tutto il tempo rannicchiato dietro la spalliera del letto.

«Ma quanto sei noioso, Tuc!» lo hanno rimproverato i fratelli, prima di tornarsene tra le radici del biancospino. «Che cosa ci vieni a fare nella casa degli uomini, se poi stai nascosto tutto il tempo?»

«Sono proprio un disastro!» si è scusato Tuc. «Un folletto come me…Ma sì, sarebbe meglio scomparire».

Pronunciate queste parole….puf! Ma dov’è Tuc? Non si è visto più, è diventato invisibile (come capita ai folletti che, quando si tratta di fare dispetti notturni, si nascondono).

Passa una settimana, ne passano due e Tuc continua a rimanere invisibile, col vantaggio che ora può stare fuori dalla propria tana anche di giorno: tanto gli umani non lo scoprirebbero comunque.

Così può osservare indisturbato il piccolo Giovanni, mentre gioca o mentre è alle prese con matite e fogli. In particolare gli piace guardarlo disegnare.

“I bastoncini colorati di Giovanni devono essere bacchette magiche” dice tra sé, riferendosi ai pastelli. “Non si spiegherebbe altrimenti com’è che si lasciano dietro draghi alati, castelli, automobili rosso fiammante. E se provassi anch’io ad usarne uno?”

La tentazione è forte e un giorno – Giovanni ha smesso di disegnare per andare in cucina a far merenda col nonno – Tuc afferra un pastello di un bel verde brillante con tutte e due le mani, lo solleva e ne appoggia la punta su un foglio. Quindi lo trascina sulla superficie bianca e traccia un paio di linee, che, a guardarle bene, sono dello stesso colore del suo berretto ormai invisibile.

«Che ti dicevo? Lo vedi che i folletti esistono?» tuona all’improvviso una voce sopra la sua testa. «Sicuramente questo qui è nascosto da qualche parte e muove il tuo pastello con la forza del pensiero».

Nonno Osvaldo e Giovanni hanno finito di far merenda e ora  fissano stupiti il pastello verde che sta disegnando da solo. Tuc, spaventato, schizza via e il pastello rotola giù dal foglio.

È un attimo e a Giovanni viene una fantastica idea.

«Se congiungo le due linee verdi con una terza, ottengo il berretto di un folletto» dice. «Poi, sotto il berretto…»

Giovanni si mette all’opera e sotto il berretto compare ben presto un musetto con un naso lungo, lungo.

«Il naso va bene, le orecchie fagliele a punta!» suggerisce nonno Osvaldo a Giovanni.

«Nooo! Io non ho le orecchie a punta e il mio naso è a patatina, proprio come il tuo» protesta Tuc, che si è riavvicinato al foglio, curioso di vedere quello che disegnerà il piccolo umano.

Giovanni e nonno Osvaldo si voltano in direzione della vocetta sottile e questa comincia  a dare istruzioni, cosicché  il bimbo, seguendo le sue indicazioni, completa ben presto il ritratto di un simpaticissimo folletto.

Ma ecco che, a disegno ultimato, accade una magia: Tuc riappare in carne ed ossa di fianco al foglio. E indossa l’immancabile berretto verde… che gli scivola ancora sugli occhi, però.

«Ha il cappello troppo largo!» esclama nonno Osvaldo a quel punto.

Giovanni è d’accordo col nonno. Prende una gomma, cancella il berrettino verde sul foglio, lo ridisegna più piccolo.

Tanto basta, perché il berretto sulla testa di Tuc si restringa di botto.

«Ora sì che è della mia misura» approva il folletto. «Grazie alla tua magia, Giovanni,  non sono più invisibile!»

Detto fatto, il folletto si inchina di fronte al bimbo e al nonno rimasto un po’ bambino a sua volta. Poi corre via, agile e veloce, ed esce di casa per tornarsene al suo cespuglio di biancospino.

Nel giardino di Giovanni c’è un cespuglio di biancospino. Tra le sue radici vivono quattro folletti: Tac, Tic, Toc, Tuc.

Ogni notte i folletti entrano in casa di Giovanni e si divertono a fare qualche dispetto. Tutti, tranne Tuc. Lui ogni notte si accoccola leggero sul cuscino del suo nuovo amico, per bisbigliargli all’orecchio dei sogni meravigliosi.

Rosalia Mariani

Illustrazione di Loredana Amodeo

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