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Fredrik Backman: “L’uomo che metteva in ordine il mondo”

Non so se capita anche a voi, ma a me succede spesso di lasciare lì a sedimentare un po’ i libri che devo ancora leggere.

Il che dà vita ad una pila vergognosa di romanzi intonsi –pur possedendo un ereader, non sono ancora riuscita a staccarmi dalla carta – che continua a crescere, vuoi per il mio lavoro in libreria, vuoi perché soffro di un disturbo compulsivo nei confronti dei prodotti dell’editoria (e non solo, ma non scopriamo troppi altarini in una botta sola, dai!).

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Mi è successo con “L’uomo che metteva in ordine il mondo” di Fredrik Backman, un Mondadori dell’autunno 2014. Bestseller in Svezia, in Italia non ha avuto troppa risonanza: forse si è un po’ perso fra le molteplici uscite del periodo. Devo ringraziare l’occhio esperto dei miei genitori che l’hanno puntato fra mille e me l’hanno regalato l’anno scorso a Natale: vale la pena di leggerlo.

È la storia di Ove: cinquantanove anni, un fisico asciutto, una venerazione per le macchine Saab. Ove non si perde in parole: guarda ai fatti. Si occupa della manutenzione quotidiana della villetta e del quartiere residenziale in cui abita. Per anni, Ove ha disegnato case, fino ad un lunedì qualunque, nel quale gli è stato detto che poteva rimanere a casa, occuparsi della sua vita, riposare. Non serviva più.


Ove è un personaggio, di primo acchito, completamente privo di sfumature. Un uomo di legno, con pochi princìpi inossidabili, un solo grande amore in tutta la vita – la moglie Sonja – e un grande rancore per quelle che lui chiama “le camicie bianche”: i burocrati, che non sanno riparare un motore né sporcarsi le mani quando è il caso, ma che decidono, di cavillo in cavillo, della felicità e della vita altrui. Ove tiene questo rancore vecchio di decenni nascosto nel suo animo: ma la rabbia filtra attraverso le fenditure dei suoi gesti e delle sue parole, chiudendolo in un esilio volontario, fatto di solitudine, cartelli di divieto, regole autoimposte da rispettare.

Intorno ad Ove c’è un piccolo mondo di cui lui non sa nulla: fino al giorno in cui Parvaneh, la sua vicina di casa, vistosamente incinta e già madre di due bambine, comincia ad irrompere in casa sua alle ore più disparate, con richieste di aiuto, tupperware di cibo, domande inopportune. Parvaneh è il mondo che arriva a casa di Ove, a dispetto delle sue buone intenzioni. Del resto, è sposata con quello che Ove chiama, dal primo minuto in cui lo vede, l’imbecille: avrà ben bisogno di qualcuno che le spieghi come vanno fatte le cose.

E in tutto questo non dimentichiamo il gatto: un mozzicone di coda, un orecchio perso in chissà quale battaglia, e un aplomb tipicamente felino, che sembra fatto apposta per mandare Ove fuori dai gangheri.

In questo romanzo si parla tanto di autocontrollo, di solitudine, di rabbia: rabbia perché la vita è ingiusta, amara, priva di senso, eppure – a volte – sono proprio queste sue caratteristiche a renderla teatro di un cambiamento.

In questo romanzo incontriamo significati profondi: l’amore, l’etica, il darsi un senso. L’idea di lasciare qualcosa di importante dietro di noi. Attraverso situazioni molto buffe, qualcuna quasi surreale, ci viene svelata la bellezza di tutto ciò che esce dai canoni prestabiliti, e ci dà la possibilità di modificare il nostro punto di vista e le nostre abitudini.
Anche per chi ama vivere nell’ordine, un po’ di caos può diventare una preziosa risorsa: e questo, un uomo che si chiamava Ove, l’ha imparato bene.

Se avete voglia di una lettura scorrevole, e non sempre allegra, ma spesso buffa, questo libro va bene per voi. È anche un ottimo regalo per chi sta vivendo un momento di difficoltà ma sente il desiderio di andare oltre. Io vi consiglio di passare un po’ di tempo in compagnia di Ove: imparerete a conoscerlo a poco a poco, forse non tutto quello che scoprirete di lui vi piacerà, ma farete fatica a dimenticarlo.

XXX

Equilibrista B.

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