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Il fascino del male – La serie su Pablo Escobar

narcos

Il male si sa, ha un fascino a cui è difficile resistere.  La tv è piena di esempi di figure malvagie che conquistano il grande pubblico, è questo il caso di Narcos, la serie sulla vita del più grande criminale della storia: il narcotrafficante Pablo Escobar.

La serialità televisiva, oggi come non mai vero fenomeno dell’intrattenimento, ha offerto e offre degli esempi chiari del “male che conquista”: in Italia in tempi recenti abbiamo visto questo fenomeno con i protagonisti della banda della Magliana di Romanzo Criminale, piuttosto che i boss dei clan camorristici di Gomorra.

A livello internazionale si è distinta ultimamente la serie Narcos: prodotta dal canale internet Netflix (da ottobre anche in Italia, state pronti a farvi un abbonamento perchè il futuro è questo cari miei), seguendo la scia delle “grandi biografie”, Narcos racconta la vita del più grande e ricco criminale della storia, il narcotrafficante Pablo Escobar. Un successo clamoroso grazie alla sua forza narrativa, la particolarità stessa della storia e in generale per aver mostrato sotto tutti i lati la vita di un uomo che ha cambiato il mondo, seppur in modo negativo.

Tra i pregi della serie, la narrazione in stile documentaristica. Nei dieci episodi lo spettatore viene introdotto infatti nelle singole parti della storia dalla voce narrante, che è quella del poliziotto americano della DEA che diede anima e corpo per arrestare Escobar, e lui stesso uno dei protagonisti della serie. Senza odio, senza pregiudizi, senza quel “noi siamo i buoni e abbiamo sempre ragione, lui è il cattivo e fa sempre del male”, l’agente della DEA Murphy non è altro che un testimone “privilegiato” della vita e delle attività di un personaggio al quale vengono comunque riconosciute un’intelligenza, una furbizia, un coraggio e delle doti di leadership fuori dal comune. Un vero “genio del male”, ma che deve essere fermato con tutti i mezzi.

In secondo luogo, la veridicità del racconto. Il ritratto che viene fatto di Escobar corrisponde a tutto ciò che giornalisti, scrittori, forze di polizia, ex “dipendenti” del boss, persone comuni, cittadini colombiani hanno raccontato, perchè vissuto in prima persona. Chi ha amato Escobar per avergli dato ricchezze, chi lo ha odiato per aver perso parenti o amici nella sanguinosa guerra tra i narcos e le forze di polizia, ciò alla fine si vede è privo di spettacolarizzazione eccessiva, perchè le “favole” attorno a certi personaggi si sprecano sempre, ma tutto ciò che si sa e che nella serie viene mostrato di Escobar corrisponde incredibilmente al vero. Incredibilmente perchè lo ammetto, alcune vicende lasciano a bocca aperta: dalle strategie per il contrabbando, ai trucchi per non farsi prendere dalla polizia, fino alle spese di denaro ai limiti dell’assurdo (un esempio: Escobar aveva uno zoo privato che faceva impallidire gli zoo più importanti del mondo per la sua quantità di animali).

Bravissimo poi Wagner Moura, attore brasiliano che interpreta Pablo Escobar, capace con una recitazione profonda e impegnata (ha dovuto ingrassare e imparare lo spagnolo con accento colombiano) di rappresentare un uomo complicato: a volte feroce e senza scrupoli, altre altruista e gentile. Un vero leader, enstusiasta e trascinante, ma anche silenzioso, quasi assente, tormentato dal peso di un’esistenza non priva di complicazioni.

Questa “eccezionalità” dell’uomo Escobar è riassumibile nella frase che lui stesso ripeteva: “Plata o plomo“. Letteralmente significa “soldi o piombo”, più in senso concettuale era “lasciati corrompere, altrimenti ti uccido”. La scelta. La scelta che dava Escobar a politici, funzionari, poliziotti, a chiunque. Potremmo disquisire anni sul tema della libera scelta, ma non si era mai visto un criminale offrire la possibilità di controllare il proprio destino. La “plata” non erano spiccioli, erano sostanziose quantità di denaro, quantità che cambiavano la vita delle singole persone. E spesso, per la fame più che per la paura, la gente accettava.

Ultimo dettaglio fondamentale della serie è stato l’approccio linguistico: per la prima volta in una serie prodotta negli USA i personaggi non americani non parlano inglese. Lo spettatore è dunque obbligato a leggere i sottotitoli quando i colombiani parlano tra loro, scelta questa da una parte legata al business (i prodotti televisivi per gli ispanici sono sempre di più per via di una costante crescita della comunità latina in America), dall’altra parte è per via della volontà di alternare il punto di vista degli agenti DEA a quello dei narcos. Lo stile di vita, i rapporti con la famiglia, con gli amici e con i colleghi, il senso del dovere e la finalità del proprio lavoro degli americani, contrapposto al mondo dei colombiani, un mondo povero dove il confine tra vita e morte è sottilissimo, e dove non c’è il “sogno americano” di ricchezza ma la volontà di “ser feliz“, essere felici e poter garantire ai propri cari un’esistenza dignitosa. Tutto perfettamente inserito in un contesto storico e culturale sempre ben descritto, sia per ciò che rigurdava la politica americane e le nuove leggi sull’estradizione e la lotta al narcotraffico condotte da Reagan, sia dalla parte di una Colombia che cercava stabilità politica e crescita economica dopo l’indipendenza ottenuta grazie a Simon Bolivar.

Come detto, Netflix arriverà in Italia da ottobre, e Narcos sarà ovviamente uno dei prodotti di punta. Tenetevi pronti, perchè la rivoluzione dell’intrattenimento televisivo si sta spostando sulla rete internet, si potrà pagare perciò solo ciò che ci piace e potremo davvero scegliere cosa e quando guardare. Ma di questo ne riparleremo presto.

Vittorio Pessina

Categorized: Cinema e Serie TV
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