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Il patto di convivenza

In Italia convivono diverse tradizioni, culture e ideologie differenti che spesso vanno in contraddizione con l’anima cattolica della maggioranza degli italiani.

Tuttavia, bisogna riconoscere che il concetto di famiglia, inteso nel senso canonico del termine, sta mutando a favore di nuove esigenze che ormai vanno prendendo piede all’interno della nostra società.

La pluralità di forme relazionali non elimina il concetto di famiglia, ma in un Paese a democrazia liberale avanzata, è doveroso riconoscere al cittadino il diritto insindacabile di scegliere in quale modo organizzare la propria esistenza, scegliendo tra il matrimonio, disciplinato da norme pubblicistiche inderogabili, tra il patto di convivenza regolato e normativizzato da una convenzione che preveda diritti e doveri o la semplice convivenza di fatto, slegata da regole e dalla quale i conviventi non fanno discendere alcun diritto né alcuna  obbligazione.

A tal proposito, la Corte Costituzionale ha più volte esortato il Parlamento ad emanare un provvedimento organico in materia, intervenendo a sua volta con diverse pronunce in casi specifici.

Basti pensare alla sentenza n. 9693 del ’91 con cui ha riconosciuto la risarcibilità del danno biologico a favore di terzi in caso di morte del convivente e con sentenza n. 404 del 1988 ha riconosciuto il diritto a succedere nel contratto di locazione del convivente.

La proposta di legge che vuole l’istituzione dei Patti di convivenza è una soluzione di natura privatistica con cui i conviventi possono disciplinare i propri interessi personali ed economici.

Nel contratto le parti possono disciplinare : le modalità di contribuzione alla necessità della vita in comune; la comunione ordinaria dei beni acquistati a titolo oneroso anche da uno solo dei conviventi; i diritti e obblighi di natura patrimoniale a favore dei contraenti allo scioglimento del patto di convivenza; la possibilità di convenire attraverso lo stesso patto di superare il divieto di patti successori, disponendo a favore del convivente nei limiti della quota di patrimonio disponibile.

Inoltre possono esser previsti diritti e doveri di assistenza, informazione e misure di carattere sanitario. L’atto va stipulato in forma pubblica a pena di nullità davanti al notaio, che trascriverà nel Registro unico nazionale dei patti di convivenza istituito a cura del Consiglio Nazionale del Notariato.

E’ opportuno rilevare che la Svezia è stato il primo Paese a riconoscere le unioni di fatto nell’87 e a seguire la Danimarca nell’89 fino ad arrivare alla Francia che ha legalizzato il Patto civile di solidarietà ( PACS ) nel 1999 e alla Germania che ha istituto la “convivenza registrata” mentre nel 2004 l’Austria, il Lussemburgo e il Regno Unito hanno riconosciuto la partnership registrata, che nel Regno Unito è riconosciuta col nome di  Civil Partnership Act.

Purtroppo, allo stato attuale, non sussiste una regolamentazione ordinaria generale, né speciale, da applicare alla famiglia di fatto. L’unico modo per ottenere una tutela, ad oggi, è quello di autoregolamentarsi attraverso la stipula di patti diretti a disciplinare alcuni aspetti di natura patrimoniale al fine di evitare conflitti durante la convivenza oppure al momento della cessazione del rapporto e in modo da garantire i diritti successori anche al partner. Gli accordi possono avere la forma di scrittura privata o possono essere redatti da notaio.

Alessandra

Categorized: Legge
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