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Calciatori laureati: la leva calcistica della classe che studia

Marco ha lo sguardo pulito, sentendolo parlare, hai l’impressione che sia esattamente dove voglia essere.

In assetto con le sue scelte, senza la minima presenza di rimpianti o recriminazioni. Marco ha fatto una scelta di sua salvaguardia. Ad un certo punto della sua vita, si è trovato ad un bivio. Continuare a giocare a calcio sperando di arrivare alla serie A, oppure fermarsi a certi livelli e studiare con impegno, ed entrare tra i nomi dei calciatori laureati.

Chi è Marco Lanni?

Marco Lanni, un ragazzo che ha iniziato nelle giovanili della Lazio. Con sempre maggiore considerazione e crescita. Quando arriva alla Primavera della squadra biancoceleste, gioca alla pari con gente che adesso gioca in serie A stabilmente. Per fare qualche esempio, il suo gol del 2010, con il quale la Lazio andò alla fase finale del torneo, fu segnato al Napoli, che aveva Sepe in porta, secondo portiere della Fiorentina. In Coppa Italia dello stesso anno, ha incrociato gente che adesso è stabilmente nella formazione dell’Empoli come titolare, Saponara, Pucciarelli, Tonelli.
Tante volte ha duellato con Bertolacci e Florenzi, che giocavano nelle giovanili della Roma. Ora entrambi stabilmente in nazionale.
Già nelle giovanili, mentre per molti ragazzi equivale a montarsi la testa e magari non studiare, Marco non vuole cedere. E si iscrive dopo le medie a ragioneria. Mentre gioca già ad alti livelli e al confine con la prima squadra, si trova anche a dover affrontare la maturità.

“Fu un anno duro, a scuola tutta la mattina e poi immediatamente di corsa ad allenarmi fino a sera, poi cena alle 7 e poi i compiti, che volevo assolutamente fare bene, io volevo il diploma e non con un voto risicato.”

Marco non solo si diploma, ma ottiene il massimo.

Lanni con Sergio Floccari ex centravanti della Lazio
Lanni con Sergio Floccari ex centravanti della Lazio

La Lazio nel frattempo però, non lo prende in considerazione per la prima squadra.

“Siamo sinceri, non ero solo uno che correva e bastonava, avevo qualità nei piedi, ma non erano certo fatati, per cui ci stava che non fossi proprio in cima ai loro pensieri, Il punto è questo, non ero un giocatore che faceva la differenza (se l’avessi fatta, e ce ne sono pochi che ci riescono in primavera, mi sarei guadagnato altri palcoscenici, è ovvio) ma di sicuro, e su questo ci metto la mano sul fuoco, se avessi avuto un po’ più di fortuna nei momenti decisivi o avessi avuto una persona dietro che sapeva valorizzarmi (un procuratore o un agente) avrei potuto firmare il mio contratto da professionista e giocarmi le mie chances in maniera diversa. Invece non fu così.”.

Il risultato è che Marco, fresco di patente, viene spedito in C2, a L’Aquila, se vuole continuare il suo sogno. E così fa, va a giocare in Abruzzo. L’esperienza gli servirà purtroppo a fare conoscenza con un mondo che non gli appartiene ma che invece coinvolge alcuni suoi compagni. Quello che non va gli è chiaro già dagli allenamenti:

“Mi ricordo che quando facevamo le ripetute intorno al campo, i famosi mille metri, ero sempre il primo. Ho sempre avuto questa dote, dettata un po’ da caratteristiche naturali e un po’ dal duro allenamento, e siccome mi sentivo in dovere di mettermi in mostra, correvo il più possibile. I più grandi (alcuni dei quali a fine carriera) mi intimavano di rallentare, che non serviva a nulla correre così tanto. Sinceramente il motivo non l’ho mai capito bene fino in fondo, ma riflettendo ho pensato che senz’altro volessero fare poca fatica e che non avevano intenzione di fare una figuraccia arrivando troppo indietro.
Mio padre ci teneva tanto che io rimanessi li, voleva che almeno riuscissi a firmare un contratto da professionista dopo tanti anni di sacrifici nella lazio, ed anche io lo volevo, ma alcune cose veramente non andarono per il verso giusto.”

Tra cui una pratica poco bella oggigiorno molto diffusa in molte squadre e a cui Marco non ha mai voluto aderire. Alcune persone vicine alle squadre e che rappresentano giocatori, spesso pagano direttamente per far andare avanti i loro assistiti, una sorta di sponsorizzazione, di incentivo benevolo, non certo moralmente bello.

“Forse non avrei fatto carriera lo stesso, magari sicuramente qualcuno era più bravo di me, ma sapere che a volte si rischiava di non giocare perché qualcuno era favorito non per meriti sportivi, fa male. Quando capii che per me ci sarebbe stato poco spazio, o che avrei dovuto sudare sette camicie per ritagliarmelo, decisi di andare via. Fortunatamente Igli Tare (direttore sportivo della Lazio, ndr), che l’anno precedente aveva seguito qualche partita mia in primavera, mi propose di andare a Salerno in serie D.”

Marco accetta e parte con la nuova squadra.

Mamma e papà mi accompagnarono a Fiuggi, sede del ritiro del nuovo Salerno Calcio. Man mano che la squadra si andava formando, arrivarono fior fiori di giocatori. Montervino e Giubilato erano stati gli artefici della rinascita del Napoli dalla lega pro alla serie A con Edi Reja in panchina, David Mounard aveva alle spalle un campionato di serie a in belgio, due di serie b in italia di cui uno con Antonio Conte in panchina nel Siena, poi c’era Raffaele Biancolino, bomber di lega pro e serie b con le maglie di Avellino, Messina e Venezia. Massimiliano Caputo, classico fantasista che vedeva la giocata prima degli altri, era cresciuto nel Brescia e solitamente raccontava quando da ragazzo saliva in prima squadra e si allenava insieme a Roberto Baggio. Simone Calori, un passato in B con il Vicenza, era un toscanaccio tutta grinta e dedizione. L’allenatore era Carlo Perrone, una bravissima persona, mi trovai subito bene con lui, e lo vedevo molto simile a me. Feci qualche apparizione da titolare, che mi valse la convocazione con la rappresentativa nazionale di serie D con la quale partecipai al torneo di Viareggio. C’era Goldaniga, oggi è in A col palermo. L’allenatore si chiamava Magrini, lo conoscevo perché era stato in tv nel reality Campioni e faceva il secondo a Ciccio Graziani.

Marco vinse il campionato con la Salernitana, con qualche soddisfazione personale, ma già l’idea di valutare il futuro in altro modo si fa strada.

“A inizio anno mi ero comunque iscritto all’università a Salerno e riuscii a sostenere 4 esami. A fine anno però capii che Salerno forse non poteva essere il mio futuro e decisi di trasferirmi a Roma da non frequentante (fortunatamente mi riconobbero tutti gli esami). La cosa che più mi rimane impressa di quell’anno è anche di quello successivo stata la difficoltà che ho incontrato nello studio, ma senza mai abbattermi. Noi ragazzi di fuori vivevamo in un albergo, e le stanze erano piccole ed io la condividevo con altri ragazzi che ovviamente avevano le loro abitudini, parlare al telefono, guardare la tv, sicché non riuscivo mai a concentrarmi. Fortunatamente trovai una stanzetta libera dell’hotel dove potevo appoggiarmi, solitamente inutilizzata. Ma i problemi erano diversi: mancanza di riscaldamenti, persone che lavorando in albergo entravano nella stanza immaginandosi di non trovare nessuno e invece c’ero io a studiare e reagivano un po’ sorpresi, alcuni responsabili dell’hotel vennero a sapere che io utilizzavo quella stanza e avevano iniziato a storcere il naso. In hotel tutti ben presto mi conobbero come il calciatore studente, come fosse una cosa strana. Una volta perdemmo una partita importante verso fine campionato e il mister aveva convocato la squadra al mattino seguente per una riunione. Io mi alzai presto come mio solito e mi diressi nella stanzetta di nascosto, dopo un po’ entrarono il mister insieme a Calori e Caputo, ignari del fatto che io fossi li. Dovevano parlare di cose importanti per la squadra e io stavo studiando microeconomia.

L’anno successivo venni riconfermato con un solo anno di contratto, ma finalmente facevo il mio debutto nei professionisti. L’allenatore che ci ha guidato dal ritiro fino alle prime tre giornate di campionato era Nanu Galderisi, ex stella della Juve e della nazionale. Dopo aver firmato il contratto, il mister mi comunicò con molta onestà che per me ci sarebbe stato poco spazio, quindi parlai con il direttore sportivo, il quale tuttavia mi rasserenò e mi convinse a restare. Tuttavia la squadra si era ulteriormente rafforzata. Insomma per me le chances di giocare erano veramente poche. Mister Galderisi venne esonerato ed al suo posto venne richiamato Carlo Perrone.

La possibilità di giocare da titolare mi venne data verso dicembre, col Poggibonsi. Andò decisamente bene, vincemmo per due a uno nel finale, e l’addetto stampa aveva designato me per fare le interviste. Un giusto premio per una gara giocata molto diligentemente. Il giorno dopo c’era la mia intervista sul Corriere dello Sport e le pagelle dei quotidiani di Salerno mi elogiavano dicendo che ero riuscito a farmi trovare pronto.
Lo stesso giorno quella fu la mia ultima partita da professionista.
Fui costretto a ripartire dalla serie D, al palestrina, a due passi da casa. Non avevo il procuratore. Il primo anno andò bene. Venni riconfermato e durante l’anno riuscii a dare ben 8 esami all’università poiché ero agevolato dal fatto che riuscivo a frequentare alcuni corsi la mattina prima degli allenamenti, anche se ricordo che era molto stremante. Adesso vivo in Toscana, dove sto provando a prendere la laurea magistrale”.

Sulla scelta della squadra Marco ha pochi dubbi.

“Ho scelto il Sansovino, una squadra dilettantistica, mi diverto, ma ciò che più conta, ci si allena la sera, così posso studiare, non ho rimpianti o malinconia per le mie scelte.”

Appunto senza malinconia, Marco guarda ad un futuro che forse non sarà in serie A, ma ha già un bel passato di un ragazzo che non molla. E poi, Marco si vede bene ad allenare bambini. Hai visto mai che spunti tra quelli il Baggio del futuro?

Vedi anche: Giovanni Lodetti, una vita da mediano

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