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L’architetto donna, e musulmana, Pritzker Zaha Hadid: architettura… “roba da donne”?

La recente scomparsa di Zaha Hadid, il 31 marzo 2016, ci offre l’occasione di riflettere sul ruolo della donna in un campo ancora  molto “maschile” come l’Architettura.

Nata nel 1950 a Baghdad, Zaha Hadid si trasferisce a Londra per frequentare l’Architectural Association School. Conclusi gli studi entra nell’Office for Metropolitan Architecture, e forte di questa esperienza, nel 1979 fonda il proprio studio, lo Zaha Hadid Architects.

Fin dai sui primi progetti dimostra uno stile originale e definito dalla critica “visionario”, ispirato alla pittura suprematista russa, unendo creatività e razionalità. È fra gli interpreti più significativi del decostruttivismo in architettura.

A chi le chiedeva perché nei suoi progetti non ci fossero linee rette ed angoli a 90° lei rispondeva: “Semplicemente perché la vita non è una griglia. Prendete un paesaggio naturale, non c’è nulla di regolare o piatto, ma tutti trovano questi luoghi molto piacevoli e rilassanti. Penso che dovremmo cercare di ottenere questo con l’architettura, nelle nostre città. Di orribili edifici a basso costo se ne vedono fin troppi”.

Le difficoltà del suo essere donna, araba e di religione musulmana non le ha mai negate, ma non le hanno impedito di raggiungere importanti traguardi.

Simbolo della cultura contemporanea, nel 2004 è la prima donna a vincere il Premio Pritzker (che in architettura equivale a un Premio Nobel) e nel 2010 il “Time” la indica tra le 100 personalità più influenti del mondo.

Quello dell’architetto è un mestiere difficile per chiunque e la stessa Zaha sconsigliava di farlo a quanti non fossero disposti ad impegno assoluto, continuità, lunghi orari e spirito di sacrificio. Lei ha votato tutta la sua vita alla professione, una scelta personale forte, come quella di non avere figli: senza compromessi così come la sua architettura.

Questa straordinaria professionista è sicuramente “una luce importante” che brilla in un universo ancora popolato prevalentemente da architetti uomini.

Donne laureate in Architettura, abilitate alla professione e iscritte agli Albi Professionali ce ne sono molte in Italia e in Europa, ma spesso il loro ruolo è secondario:

  • mancano ancora concreti modelli femminili di riferimento
  • si richiede alle donne, prima ancora che alle professioniste, fiducia in se stesse e capacità di leadership, collaborazione e immaginazione
  • è necessario il supporto da parte delle altre donne
  • occorre la possibilità di accedere alla formazione senza distinzioni di genere e aiuto per la conciliazione di vita professionale e famiglia.

Situazione che, nello specifico della professione, ha prodotto oggi discriminazione, scarsissima presenza femminile ai vertici di studi e considerevoli differenze nelle retribuzioni (non solo in Italia).

Personalmente, quando mi presento in cantiere con casco, scarpe antinfortunistiche e i miei progetti sotto il braccio, colgo spesso sguardi diffidenti.

Tutte le volte che si inizia un cantiere nuovo, con persone e imprese diverse, c’è sempre una “zona grigia”: un periodo in cui vengo squadrata e studiata dai lavoratori o dai capocantiere per vedere se sono preparata, se dimostro autorità, se sono una “lunatica” creativa o una persona pratica, puntuale e affidabile.

Sono conscia che questo atteggiamento, probabilmente, viene riscontrato da molte donne in diversi settori, forse anche da qualche collega uomo, ma nel mio ambiente questo è particolarmente evidente.

L’immaginario collettivo associa sempre l’animo femminile  all’arredamento, (come evoluzione dell’angelo del focolare), attento al mobile e al tessuto, ma fatica a pensare che le donne architetto possano essere serie professioniste impegnate in cantieri, sicurezza sul lavoro, progetti complessi, strutture e nuove tecnologie.

Sicuramente non siamo tutte grandi Archistar, ma lavoratrici che meritano di essere guardate senza tanti pregiudizi.

A noi il compito di fare “rete”, partecipando alla professione attivamente nelle associazioni di categoria, nel mondo della formazione, facendo valere il nostro punto di vista e le nostre esigenze.

Ti consiglio di leggere anche la storia di Valerie Poinsot, una donna in carriera che è arrivata in alto.

Valeria Masera

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