Quando guardo Francesco e Federico giocare con il loro papà non posso fare altro che pensare a quanto aiuto mi stia dando e quanto lui sia essenziale e fondamentale per la nostra famiglia.

Penso a cosa saremmo noi senza di lui, a cosa avrei fatto quando, 5 anni fa, sono diventata mamma per la prima volta, se non ci fosse stato lui a dirmi che ce la potevamo fare. Insieme.

Penso ai miei figli, a come avrei potuto educarli da sola. Lui, anche se il mio carattere finge il contrario, mi fa riflettere, capire. Mi fa rivalutare i miei modi, riesce a farmi imparare, farmi crescere. Anche a 33 anni.

Quando guardo gli occhi dei miei figli, leggo il loro cuore, dove ci sono scritte le parole che vorrebbero dirgli. E allora voglio provare a scriverle, a scrivere una lettera al papà da parte di un neonato, di un bambino, il mio bambino, i miei bambini. Per il loro papà, per il mio papà e per tutti i papà del mondo.

lettera al papà da un neonato

Caro papà, quando ero nella pancia di mamma non ho mai avuto paura. Lì era bello; ad ogni passo che lei faceva mi sentivo cullato, il battito del suo cuore era una musica dolce che ascoltavo prima di addormentarmi.  

Poi, a volte, sentivo qualcosa che mi toccava un piedino, o il braccio: erano le tue mani papà. Potevo riconoscerle, perché a differenza di quelle delle mamma, si muovevano con un po’ di timore. Forse avevi paura di farmi male o di darmi fastidio. Invece a me piaceva. Mi sentivo felice. Quando hai iniziato a parlarmi, piano piano ho imparato a riconoscere anche la tua voce; che buffo eri quando mi cantavi quelle canzoncine, o quando mi raccontavi delle domeniche che sarebbero arrivate, dei giochi con la palla, della scuola, delle gite. Che ridere papà. Anche la mamma rideva, forse anche lei pensava che tu fossi buffo.

Un giorno è successo qualcosa di strano; ho fatto una capriola e avevo tantissima voglia di nuotare…sentivo la mamma un  po’ ridere e un po’ piangere. Poi ho riconosciuto la tua voce. Dicevi alla mamma che era bravissima, che stava facendo un buon lavoro. Dicevi che da lì a poco, io sarei stato tra le sue braccia e che doveva mettercela tutta.

Quando finalmente sono nato, vi ho sentiti. Ho sentito la pelle della mamma e il sapore del suo latte. Ho sentito cadere sulla mia testa gocce di lacrime. Ma eccole li: le tue mani. Le ho riconosciute perché si muovevano con lo stesso timore di quando mi accarezzavi attraverso la pancia. E finalmente mi sono sentito al sicuro.

Da quel momento ti sei preso cura di me. Hai smesso di andare alle partite di calcetto, ora giochiamo insieme a bubusettete. Hai smesso di guardare i film di paura, ora insieme leggiamo tanti libri di fiabe. Hai smesso di andare a dormire tardi perché ora, quello che ti piace, è addormentarti abbracciato a me. Quando mi cambi il pannolino, sei sempre il solito papà buffo che ho sempre pensato! Le tue smorfie mi fanno ridere un sacco!

Ora sono un po’ più grande. Sto crescendo papà, e non ho paura. So di potere scalare il divano, perché tu sei vicino a me. So che posso fare le corse, perché se cado un tuo bacio fa passare il dolore. So che posso combinare tutti i disastri del mondo, perché quando la mamma mi rimprovererà, tu sarai mio complice e dietro di lei mi farai l’occhiolino.

Papà, promettimi una cosa: promettimi che anche quando ti arriverò alle spalle non smetterai di raccontarmi di mostri e pirati, non smetterai di fare capanne con sedie e coperte ma soprattutto continuerai a  fare ridere la mamma. Grazie papà, per avermi regalato te stesso.

Con tutto il bene del mondo, il tuo bambino.

Maria Russomanno