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Martin Luther King 87° anniversario: I too have a dream

i have a dream
Ammettilo Martin, lo sapevi.
Sapevi che era storia. Che ogni secondo di quelle parole sarebbe stato scolpito nel granito del tempo.

Sapevi che avremmo sezionato quel discorso, ma soprattutto, solo e sempre quelle parole. I have a dream. Tu possedevi l’etereo. Parlavi di sostanza onirica, ma la volevi lì, dentro le tue tasche, ma ciò che più conta dentro le tasche vuote di chi era povero di libertà.

Quel messaggio, Martin, non era solo di affermazione contro il razzismo. Era il sogno di farcela provenendo da qualsiasi fogna d’inferno. Da quei tombini che il mondo dimentica volentieri. Dalle favelas, dalle case di fango e creta. Tu sognavi la cultura e la possibilità di una istruzione, ovvero sognavi quello che porta pace. Un libro è peggio di una bomba, fa pensare, riflettere e capire che siamo con una schiena piegata.

Parlare di sogno, anche solo di quello, era pericoloso. Sai Martin, tu hai insegnato a molti a fare gli spacciatori. No, non fraintendermi, non quello che puoi pensare. Siamo fuorilegge, una comunità trasversale che ride in faccia a chi ci dice di stare in casa che il mondo è brutto. Siamo quelli che guardano i muscoli. Ma quelli cardiaci, cerchiamo i nostri simili che non fanno battere il loro tempo inutilmente. Siamo quelli che non lasciano la presa, anche quando quel cuore tradisce peggio di una vecchia prostituta agli ultimi colpi.

Siamo spacciatori di sogni, quelli di cui parlavi tu. Crediamo che questo mondo ce lo abbiano dato bello, che continua ad esserlo, ma la bellezza va cercata sempre di più, sotto le macerie, tra le granate e le mine antiuomo, ma c’è. E noi la troviamo, la dividiamo e la portiamo in giro. Ci proviamo, Martin.

Il bello è che tutto quel discorso sui sogni di libertà, non te lo eri minimamente preparato. Avevi in mano dei fogli, fino a quel momento avevi parlato di diritti, di civiltà, avevi parlato da uomo che rappresenta i diritti dei neri. Poi ad un certo punto, Mahalia Jackson, la cantante gospel che aveva aperto la manifestazione, si ricordò di alcune parole dette in privato con lei. Ti urlò: “parla del sogno Martin! Il sogno!”. Tu cominciasti il tuo “I have a dream”. Un discorso che sentì anche Kennedy, il Presidente USA, che ti inquadrò a grafite in tre parole. È dannatamente bravo.

Da lì parte la base di ogni sognatore, di ogni essere umano a cui non bastano più le orecchie per quanti uomini ha sentito piangere. Di quelli che la felicità non è mai completa se non è felice anche il tuo vicino. Come cantava Giorgio Gaber.

Ci proviamo, Martin, a farti essere orgogliosi di chi crede ad un mondo in cui tutti hanno quello che meritano, ogni mattina prendiamo il nostro zaino e partiamo a spacciare sogni, magari mentre siamo su una impalcatura senza rete di sicurezza o in ufficio, o a fare il pane, che è il gesto più bello e di condivisione da fare, spezzare del pane insieme.

Poi resti tra noi Martin, io ho un sogno. Lo so che non sono originale, ma io ho un sogno con dentro un incubo.

Oltre a tutti i sogni in cui questo frullatore impazzito e senza tappo, che chiamiamo mondo, finalmente si fermi e dia respiro a chi la vita la suda ogni giorno.

Ne ho uno mio. Ho il sogno di mio figlio che diventa una rockstar, o un artista, insomma un uomo che possa dire la sua ad una folla oceanica, e parli di diritti, di guerre da cancellare, che si impegni a portare più gente possibile a ragionare.

Poi il sogno diventa incubo, e quello stesso figlio mi parla di azioni, trading online e si sente a suo agio con una valigetta di pelle e un cappotto costoso, piuttosto che cappellino alla Vasco e un microfono. E mi dice anche “papà, non hai capito nulla della vita”.

Non so Martin, poi cosa sia giusto, ma in entrambi i casi, vorrei fosse felice. Ma che lo sia solo se lo è anche il suo vicino, almeno il suo vicino più vicino. Mi piacerebbe, microfono o valigetta che sia. I have a dream.

Categorized: LIFESTYLE
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