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Falcone e Borsellino: 30 anni dal maxi processo. Le parole di chi li ha fotografati

Maxi processo. Il 10 febbraio del 1986, iniziò a Palermo uno dei processi più importanti della storia d’Italia.

E forse della storia in generale. Per la prima volta, grazie al Pool antimafia, si mandava a processare una intera struttura criminale.

Cosa nostra veniva messa in discussione in tutto il suo sistema. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, figli giuridici di Rocco Chinnici, insieme ad Ayala, Guarnotta, Di Lello, Di Pisa e Geraci, diedero vita ad una squadra di giuristi e giudici. La morte di Rocco Chinnici in un attentato, fece arrivare a guida del pool un uomo che sembrava mite, ma guidò la procura come pochi seppero fare. Antonino Caponnetto. Mettere per la prima volta il timbro di esistenza ad una struttura basata sul potere economico del traffico di droga e della speculazione. Questo fu il traguardo. Culminato in ergastoli per tutti i reggenti delle cosche di Palermo, Salvatore Riina in testa. Palermo in quei giorni di febbraio sembrava in un fiume di tensione continua. Abbiamo chiesto di riportarci a quell’epoca a chi quell’epoca l’ha vista. Giocando sul suo mestiere, possiamo dire che ha un occhio obiettivo.

Come la sua macchina fotografica. Tony Gentile. Ovvero il regista del pezzo di storia che tutti abbiamo nei poster e nelle magliette, nei libri e sui giornali. La foto dove Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sorridono e parlano con un’aria complice, quasi da bambini che l’hanno fatta grossa.

Tony ha recentemente scritto un libro, “La guerra”, edizioni Postcart.

Un libro fotografico in cui vengono riassunti trent’anni di guerra di mafia a Palermo e chi ha voluto giustizia a tutti i costi. Falcone e Borsellino, sì, ma anche tanti, troppi altri che non vengono ricordati se non negli anniversari in cui si spolverano le lapidi.

Tony gentile ha scattato quella foto poco prima che iniziasse il periodo tra i più neri della storia d’Italia quei giorni tra maggio e luglio in cui persero la vita Falcone, Borsellino e i loro angeli della scorta. Era un convegno/dibattito durante un periodo elettorale. E furono fotografati così. Come li ricordiamo tutti. Dalle sue parole tratteggiamo di nuovo con colori freschi, quella pergamena di storia.
“Era il 1986 quando è iniziato il primo grado del maxi processo a cosa nostra. In quegli anni io avevo interrotto i miei studi presso la facoltà di lingue per andare a svolgere il servizio militare. A Palermo erano anni difficili, la prima metà degli anni 80 era stata devastante dalla guerra di mafia che aveva seminato cadaveri quasi quotidianamente. Tra questi tanti “cadaveri eccellenti”, Boris Giuliano, Cesare Terranova, Piersanti Mattarella, Pio La Torre sono solo alcuni.
Io in quegli anni frequentavo ancora il liceo ed ero impegnato in politica nella federazione dei Giovani Comunisti e di conseguenza uno degli obiettivi di noi giovani siciliani era quello della lotta alla mafia. Partecipavamo e organizzavamo spesso manifestazioni di protesta contro la criminalità e la cultura mafiosa. Fu in quegli anni che formai in maniera più concreta la mia passione per la fotografia e per un certo tipo di fotografia: la fotografia giornalistica.
Partecipando alle manifestazioni vedevo spesso dall’altra parte degli striscioni due fotografi, Letizia Battaglia e Franco Zecchin. Loro mi affascinavano e mi affascinavano ancora di più le loro fotografie che vedevo pubblicate sul giornale di riferimento per la sinistra cittadina, il giornale L’Ora. Sicuramente loro hanno rappresentato per me un grande stimolo per la professione che poi avrei fatto ma che in quel momento non avrei mai immaginato di poter fare.”.

“Quando Ha avuto inizio il maxi processo io ero militare e quindi seguivo le vicenda attraverso le cronache giudiziarie dei giornali avevo un’idea chiara sull’importanza del pool antimafia ed ero impressionato dalle dimensioni di questo processo. 460 imputati, 200 avvocati, un’aula di tribunale costruita appositamente e una città blindata e piena di giornalisti da ogni parte del mondo. In effetti si celebrava forse il più grande processo penale mai celebrato al mondo e quando arrivò la prima sentenza i 2665 anni di reclusione inflitti agli imputati sembrò un numero pazzesco.
Dal punto di vista professionale ho avuto l’opportunità di seguire solo pochissime sedute alla fine del processo di appello. Ma la cosa che ricordo con maggiore amarezza di quegli anni è la fine dell’esperienza del pool antimafia. Nonostante la sentenza finale della cassazione aveva tenuto conto delle richieste di condanna portate avanti dal pool di Caponnetto in realtà quel processo determinò anche la fine di un’esperienza che aveva funzionato di un tentativo di cambiare, in meglio, le indagini e i processi contro la mafia. Sicuramente questa è stata una delle cause che hanno portato all’uccisione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Non è sicuramente un caso che Falcone fu ucciso pochi mesi dopo la definitiva sentenza della cassazione.”.

Col tempo, Tony Gentile comincia anche a familiarizzare con chi quella guerra la combatte da dentro

“Nei primi anni 90 io ero un giovanissimo fotoreporter e mi trovai subito catapultato in una serie di notizie giudiziarie e di cronaca che non avevano un grande interesse per la tampa nazionale ed internazionale. Giovanni Falcone era uno dei personaggi più seguiti per via del maxiprocesso ma anche per le vicende dello smantellamento del pool e che lo avevano portato a lasciare Palermo per trasferirsi a Roma. Questo mi portava a seguire molto da vicino l’attività pubblica di Falcone incontrando molto spesso, soprattutto nei corridoi del palazzo di giustizia gli uomini della sua scorta. Tra questi quello con il quale avevo maggiore confidenza e con il quale si era instaurato un simpatico rapporto era Antonio Montinaro. Antonio era sempre molto disponibile con noi fotografi, sempre pronto alla battuta e sebbene il suo lavoro fosse molto impegnativo, date il rischio di attentati al quale era sottoposto Falcone, lui cercava sempre di aiutarci nello svolgimento del nostro lavoro. Mi era capitato alcune volte di incontrarlo in giro per strada, liberi dal lavoro sia io che lui, e di fermarci insieme a chiacchierare e prendere un caffè parlando di tutto tranne che di lavoro.”.

Tony ricorda nitidamente la strage del 23 maggio 1992, quando persero la vita Falcone, la moglie Francesca Morvillo, Rocco Di Cillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani.

“Gli altri agenti non li conoscevo, quando ho visto le loro foto, poche ore dopo la strage, non ho riconosciuto nessuno, solo Antonio e il colpo è stato molto forte. Ci eravamo incontrati solo pochi giorni prima in via Bandiera, in pieno centro storico, ed erano state le solite battute. Arrivare sul luogo dell’esplosione, sull’autostrada Palermo – Punta Raisi la sera del 23 maggio è stato drammatico. Eravamo arrivati in auto contro mano lungo l’autostrada ma ad un tratto abbiamo dovuto fermare la macchina e proseguire a piedi perché la strada era piena di grossi pezzi di asfalto ed era difficile anche camminare. Eravano tre, io il collega fotografo Mike Palazzotto e il collega cronista del Giornale di Sicilia Francesco Massaro.”.

Tony ha ricordi sempre più vicini al cuore, nel ricordare anche Paolo Borsellino, la scorta, quel 19 luglio 1992. Perchè Paolo, fu quello che materialmente lo fece fermare, gli fece smettere di fare foto in una sera famosa.

“Di Paolo Borsellino invece ho altri ricordi. Prima delle stragi lo avevo incontrato un paio di volte a Marsala ma fu dopo le stragi che Borsellino entrò nella mia vita in modo particolare.
Il 25 giugno 1992, Paolo Borsellino partecipa ad un incontro dibattito organizzato dalla rivista Micromega. Era passato solo un mese dalla morte del suo fraterno amico Giovanni e meno di un mese dopo sarebbe morto anche lui. E sicuramente lo sapeva. Io ero in ginocchio davanti a lui a fare delle foto. Ad un certo punto le sue parole furono così pesanti che dovetti fermarmi, non riuscii più a fare foto ma mi sedetti su una pedana, ai piedi della scrivania dalla quale parlava, ad ascoltare il suo discorso. Sempre più forte cresceva dentro di me un senso di rabbia e di impotenza per le cose che lui diceva ma soprattutto un desiderio di vicinanza, di solidarietà. Una voglia forte di dargli coraggio, fargli arrivare forte il fatto che forse non era solo, una grande parte della città si era stretta intorno a lui. Data la mia timidezza non riuscii mai a dirgli quella parola di solidarietà che avrei voluto manifestargli o scrivergli e questa mancanza la ricordo sempre con grande rammarico. Riuscii a colmare questa mia mancanza solo alcuni giorni dopo la sua morte quando andai nella farmacia della sorella Rita per regalarle la foto di Giovanni e Paolo e rivelai a lei cosa portavo dentro, il ricordo di quella sera e il mio rammarico per non avere parlato con lui per manifestargli la mia vicinanza. Rita a quel punto mi abbraccio forte che non riuscii a frenare la commozione e da li nacque una lunga amicizia con lei e il resto della sua famiglia.”

Parole che restano ancorate alle immagini, per sempre. Come parole di pietra, come foto fatte di una sostanza bella e utopica, ma vera al contempo. La giustizia.

Ettore Zanca

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