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Michele Breviglieri: dribblo la mia malattia come Messi

Lo senti, respiri quell’aria in cui sai che è solo un ragazzo. Lo immagini nella sua stanza con quei giochi.

Come la scena di Toy story in cui ormai Andy, diventato grande, non riesce a disfarsi del suo passato. E dei suoi giocattoli.

Michele però ha dovuto crescere in fretta, la sua è una storia di lotta. E di governo. Tenere a bada una malattia che convive e non molla, ma a cui Michele non dà un centimetro di spazio.
In fondo non lasciare fiato, è facile, per uno che ha calcato campi di calcio. Quando giochi nelle giovanili del Suzzara, se sei bravo e vali, minimo hai gli occhi addosso delle principali società del territorio. Che si chiamano Mantova, Carpi, Sassuolo, non certo pizza e fichi.
Michele Breviglieri, classe 1997 aveva una vita tranquilla. La scuola, il calcio, gli amici.
In più i grilli che vengono a tanti con il calcio, a lui non sono mai venuti.
Ci sono importanti società che buttano fuori i giocatori che non vanno bene a scuola, la Juve in testa. Con Michele questo problema non sarebbe nemmeno esistito. Ora è al liceo, va benissimo.
Ma torniamo a noi. Una vita tranquilla, amici e scuola, fino a che, lui stesso ci racconta cosa è successo.

“Io ho scoperto di avere la ITP, come si dice in sigla inglese, ovvero una malattia autoimmune che riduce il numero delle piastrine e impedisce la coagulazione del sangue, per cui per me è pericoloso e può scatenare una emorragia anche un semplice taglio. Il tutto è venuto fuori quando facevo la terza media, quando ci siamo accorti, abbiamo dovuto controllarle spessissimo, per tenere a bada i valori. Ora li faccio ogni sei settimane. Ma tre anni fa, in seconda liceo, ho toccato un picco bassissimo, e ho dovuto controllarle molto frequentemente.”

I primi scontri con la malattia per Michele non sono facili, c’è da verificare se può continuare a giocare a pallone ai livelli che lui ama. In teoria non potrebbe, ma la sua caparbietà la vince su tutto.

“Io volevo giocare a calcio, ad ogni costo. Per cui ogni vigilia di partita controllavo le piastrine, se andavano bene, giocavo. Il medico mi aveva detto che se erano giù non potevo e che sarebbero andate spesso su e giù, io ho risposto che non era un problema, quando erano su giocavo, quando erano giù non mi muovevo.”.

Un tasto dolente, che chiedo a Michele, ma la sua malattia, nel sistema sanitario italiano, ha delle cure adeguate?

“Nel nostro sistema, la ITP è come tante malattie, non essendo diffusa, non viene investito nella ricerca, ci sono solo delle soluzioni per fronteggiare una eventuale discesa delle piastrine, una è una abbondante dose di cortisone, se poi il caso si aggrava, si arriva all’asportazione della milza, ma ripeto, sono metodi di contrasto, non di cura. Il cortisone l’ho fatto una volta, tre anni fa, che avevo 22.000 di piastrine, ero pericolosamente vicino alle 20.000 che era la soglia minima, per dire, con quella soglia non ti fanno nemmeno salire sull’aereo.”.

Surreale che per curare una persona le si asporti un organo sano, quando l’asportazione dell’organo dovrebbe essere la soluzione definitiva al suo incancrenirsi. Inoltre, sostiene Michele:

“ Le possibilità di miglioramento col cortisone sono comunque al di sotto del quaranta per cento, però mi consolo, ci sono persone che stanno anche peggio, io devo sopportare poco, un prelievo ogni tanto e stare un po’ attento”.

In un mondo di figli iper protetti per un piccolo graffio, Michele invece sdrammatizza e non si piange assolutamente addosso. Gli fa onore.

“Alla fine la maggior parte delle cose le faccio, con attenzione, purtroppo ci sono persone che con la mia malattia non si muovono nemmeno da casa.”.

Il pallone però per Michele è una passione che non si spegne.

“Quando giocavo nel Suzzara, ho dovuto fare una operazione di asportazione del midollo, le piastrine erano basse e non potevo giocare, per un anno non ho giocato, andavo a vedere i miei compagni e sostenerli. A dire la verità non giocavo con la squadra, ma le partitelle con gli amici le facevo, anche se mamma e medico non erano d’accordo. Dicevo ai miei amici di stare attenti e non colpirmi, sono stati sempre solidali con me, cercavano di non farmi male. La cosa più difficile è che io non mi sento stanco, mi sento sano, ma se succedesse un infortunio, non coagulerebbe il sangue e ci sarebbe una emorragia. Devo evitare i traumi. Ho cercato comunque di rientrare in squadra, di fare gli allenamenti, facevo tutto tranne le partitelle. L’ho fatto perchè per un periodo sono stato bene e ho potuto giocare partite ufficiali. Facevo esami ogni due settimane e giocavo continuamente. Ora lo specialista mi ha sconsigliato. Ma è stato bello vincere col Suzzara il campionato provinciale potendo giocare. Ora gioco vicino casa, continuo ma per divertimento, senza impegno. Ma sempre sotto controllo ed essendo sconsigliato fortemente dal dottore che però capendo la mia testardaggine mi autorizza.”.

Michele sa che una soluzione definitiva non c’è, che deve sopportare.

“All’inizio mi ha dato rabbia, non vedevo l’ora di togliermi questo fastidio, volevo fare carriera nel calcio, ma dopo 4 anni, mi auguro che rimanga solo così, come sto, mi basta, sono felice così. Con questi valori posso fare tante cose, devo solo stare attento. Ad esempio devo controllarmi per esempio, per una eventuale operazione che comporterebbe molte sacche di sangue.”.

Ma poi che cosa ha cambiato davvero la vita di Michele? Da un suo punto di vista della vita, che cosa ha cambiato questa “convivenza”?

“Prima della malattia avevo un carattere diverso, forse più chiuso, ora mi sento estroverso. Ma sai, non la sento, non mi dà l’impressione di avermi cambiato. Forse ecco, mi ha cambiato nella prudenza, nel chiedermi più volte se è il caso di fare qualcosa.”.

E gli amici, per loro sei solo Michele, o è cambiato qualcosa, visti i pregiudizi facili che si hanno verso le malattie?

“Sdrammatizzano molto, mi vogliono bene, mi proteggono anzi, quando giochiamo a calcio mi dicono di stare attento, di non farmi male, di non fare i colpi di testa, mi prendono anche in giro con molto affetto, ma senza ferirmi, ho belle persone accanto.”.

Io sono uscito molto arricchito da questa intervista, vorrei farla leggere per esempio, a chi è convinto che i giovani siano vuoti e non abbiano ideali, credo che Michele possa insegnarci tanto. A molti.
Parlare con lui, mi ha fatto ricordare un campione fatto e finito, Lionel Messi. Uno per cui gli elogi si sprecano, Valdano, un ex giocatore argentino come lui, disse: “il miglior giocatore del mondo è Messi, il secondo, Messi infortunato.”. Lionel ha dovuto affrontare una crescita difficile, aveva problemi alle ossa e pur essendo un piccolo folletto non bellissimo, ha un talento enorme. Legge le azioni capendo prima degli altri. Si dice anche per una latente sindrome di Asperger. Quei piedi declamano poesia. Alcuni specialisti hanno pure capito come mai non si infortuna spesso. Ha fatto 500 partite senza mai avere gravi stop. Il fatto è che Lionel non poggia per intero il piede a terra, ma solo la punta. E vola quasi sull’erba. Per cui quando gli avversari provano a colpirlo anche di brutto, lui è già saltato, o corso via. Forse è questo che sarebbe da imparare, a volte più che piantarci il piede e resistere alle botte, dovremmo aggirare tutto con leggerezza. Michele e Lionel lo fanno già. Però Michele è più bravo.

Ettore Zanca

Categorized: Eventi

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