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Mio figlio non parla: il bambino parlatore tardivo e il suo viaggio nel linguaggio

“Ormai mio figlio ha due anni, ma ancora parla poco. C’è da preoccuparsi?”. Sempre più numerose le mamme che si rivolgono a una logopedista desiderose di trovare una risposta alla domanda che le tormenta.

I manuali riportano con esattezza le tappe in cui vengono acquisite le diverse competenze linguistiche: a 4 mesi le prime pernacchie e gli strilli, a 8 mesi la lallazione, poi le prime parole e così via verso strutture sempre più complesse. Spesso però ci dimentichiamo che parlare di bambini significa riferirsi a tante individualità diverse che, per la loro storia e il contesto in cui vivono, hanno caratteristiche differenti l’uno dall’altro.

Chiamiamo quindi parlatore tardivo colui che presenta la fase di partenza del processo di acquisizione del linguaggio significativamente più ritardata rispetto alla norma. Con il passare dei mesi, il quadro non per forza evolve in un vero e proprio disturbo di linguaggio, ma lo stesso bambino potrà recuperare un ritmo di sviluppo adeguato (late bloomer).

Il linguaggio è una competenza innata che risente dell’esperienza, degli stimoli con cui veniamo in contatto. Tutti i bambini sono per natura spinti a comunicare, pertanto perde di significato la convinzione di molte madri: “mio figlio non parla perché è pigro”. Questo atteggiamento innesca a cascata una reazione di frustrazione nel bambino da cui si pretende ciò che non è ancora in grado di fare. Non lo aiuteranno le continue richieste di ripetizione di parole che il bambino non sa (non “non vuole”) articolare o il far finta di non capire quanto invece riesce a esprimere.  Al contrario, ogni produzione verbale, seppur poco intellegibile, va premiata in modo che il bambino possa cogliere e apprezzare il suo successo comunicativo. Fornire contestualmente il modello corretto di quanto il piccolo avrebbe voluto dire senza esigerne l’immediata correzione, è invece una buona strategia della quale il bambino non tarderà ad usufruire.

Anche la madre più istruita e preparata, davanti alla deviazione dello sviluppo comunicativo del proprio figlio rispetto alla norma, non può da sola percorrere strade alternative efficaci per potenziarne il linguaggio. Per questo motivo, è necessario che i genitori possano trovare sostegno e appoggio nelle figure di competenza.

Non esiste un’età precisa per intraprendere il percorso logopedico. La figura del logopedista può da subito favorire lo sviluppo del linguaggio, senza perdere tempo assecondando la teoria del “vediamo cosa succede” e rimandando i genitori a un controllo semestrale con qualche frettoloso consiglio su come aiutare il proprio figlio.

La partecipazione dei genitori alle sedute di terapia logopedica è fondamentale per apprendere e legittimamente rubare  quanto messo in atto dal logopedista: le canzoncine, le boccacce e la gestualità esagerata non sono mosse casuali, ma scelte ponderate, risultato di ricerche e studi. Il logopedista non agisce solo sul bambino, ma interviene in modo importante anche sul genitore analizzandone e ottimizzandone il comportamento comunicativo, affinchè l’input linguistico abbia caratteristiche tali da facilitare lo sviluppo del linguaggio.

L’intervento precoce e la creazione di un contesto comunicativo familiare adeguato possono ridurre gli effetti del ritardo del linguaggio sullo sviluppo emotivo e sociale del bambino.

Il logopedista e i genitori collaborano per tracciare la mappa che permetterà al bambino di scoprire ed esprimere il tesoro che c’è in lui.

Elena Santambrogio – Logopedista

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