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Quando la musica incontra la beneficenza: com’è nata “We are the world”

Nel 1985 il mondo è ancora diviso in due: da una parte gli Stati Uniti di Reagan e dall’altra l’URSS di Gorbaciov e in Europa il Muro di Berlino è ancora in piedi.

A inizio anno l’Italia è colpita da inverno gelido che porta temperature molto al di sotto dello zero e più di un metro di neve soprattutto al nord. A maggio la tragedia dello stadio di Heysel a Bruxelles provoca 38 morti durante la serata della finale di quella che in quegli anni si chiama ancora Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool, sconvolgendo il mondo del calcio. Il Verona guidato da Bagnoli vince lo scudetto, Francesco Cossiga viene eletto Presidente della Repubblica a giugno mentre Boris Becker vince a Wimbledon a soli 17 anni. A luglio si tiene il Live Aid: due concerti in contemporanea dagli stadi di Londra e Philadelphia danno il via al più grande evento musicale della storia raccogliendo fondi per aiutare l’Africa. Nello stesso mese una terribile frana di 180mila metri cubi di fango, provocata dalle discariche di una miniera, travolge la Val di Stava portandosi via persone, case e tutto ciò che si trova di fronte a una velocità spaventosa. In autunno la nave da crociera Achille Lauro viene dirottata da alcuni terroristi palestinesi e l’eruzione del vulcano Nevada del Ruiz sconvolge la popolazione della Colombia causando 25.000 vittime. Al cinema il film campione d’incassi è Ritorno al futuro, il personaggio dell’anno è Madonna, viene inaugurato il sistema operativo Windows e finalmente, a Ginevra, avviene il primo incontro tra Reagan e Gorbaciov.

 

Nell’estate del 1985 mia madre portò me e mia sorella al mare a Santa Maria del Cedro, un piccolo paesino della Calabria con una spiaggia che a me sembrava da film.

Era luglio, partenza in treno da Milano con i nostri bagagli, mio padre ci avrebbe raggiunto a fine mese in macchina e tutti assieme avremmo poi proseguito per la Sicilia per andare a trovare la nonna. Il viaggio in treno lungo l’Italia era un’eccitante avventura per me che per tutto il tempo stavo nella costante impazienza di scorgere il mare dal finestrino.

La mia famiglia aveva preso in affitto un piccolo appartamento in un quartiere per famiglie in vacanza: una serie di palazzine tutte bianche di tre o quattro piani poco fuori dal paese formavano il “Villaggio Panda”. Per tutto il viaggio avevo rimuginato sull’insolito nome immaginando un parco di animali in libertà a due passi dalla porta.

Il viaggio in treno ebbe un piccolo intoppo: per non ricordo quale motivo mia madre decise che saremmo scese alla stazione di Sapri, più di 50km prima della nostra effettiva destinazione.

Quando si rese conto dell’errore, senza batter ciglio e senza sapere esattamente dove ci trovassimo, trovò un tassista che caricò bagagli e una donna con due bambine sul proprio taxi e ci permise di raggiungere il sospirato luogo della nostra vacanza.

Avevo 10 anni e da poco mio padre mi aveva regalato il suo registratore “mangianastri”, come lo chiamava lui, un oggetto pesante come un macigno con grossi tasti bianchi etichettati con strane abbreviazioni in lingua inglese che tuttavia avevo già imparato ad usare alla perfezione. Finché ad un certo punto, le musicassette dei Beatles e di Franco Battiato di mio padre – il cui nastro ormai consumato aveva cominciato a restare impigliato dentro il registratore – non mi sono bastate più e sognavo delle musicassette tutte mie con la musica che sentivo alla radio.

 

Di quella famosa vacanza al mare conservo ricordi vividi, immagini di giornate passate in spiaggia a giocare e soprattutto il gruppo di bambini e ragazzini con cui avevo fatto amicizia sotto casa.  La sera dopo cena ci ritrovavamo a giocare a palla prigioniera o a nascondino, mangiavamo fette di anguria e a volte qualcuno portava una radio per ascoltare la musica o cantare a squarciagola, qualche volta addirittura improvvisavamo momenti danzanti. Ci sentivamo già grandi!

Mia madre poteva affacciarsi dal balcone e tenermi d’occhio.

Ma più di ogni altra cosa ricordo la musica alla radio.

E alla radio, nell’estate del 1985, la canzone più trasmessa era We Are the World.

La storia di We Are the World è una storia davvero incredibile: il disco uscì il 7 marzo 1985 e fu il secondo più famoso progetto discografico a scopo benefico nella storia della musica dopo Band Aid – Do they know it’s Christmas – realizzato soltanto l’anno precedente.

L’idea di un disco no-profit venne a Harry Belafonte, che di concerti di beneficienza se ne intendeva. Fu lui a contattare Ken Kragen, manager di Lionel Richie che subito coinvolse Quincy Jones e Michael Jackson, a cui poi si unirono tutti gli altri. Lionel Richie e Michael Jackson scrissero testo e musica ma trovare una data comune sulle agende di 45 star della musica per incidere il disco, onde evitare sessioni multiple, non era cosa affatto semplice. Così si scelse la serata degli American Music Awards, ovvero il 28 gennaio di 31 anni fa.

Quincy Jones si fece carico di coordinare tutto il gruppo, incluse le eventuali rivalità tra le star: diede appuntamento a tutti alle 22.00 presso gli studi di incisione A&M a Hollywood in modo che anche coloro che erano coinvolti sul palco degli American Music Awards avrebbero avuto il tempo di raggiungere la sala d’incisione.

 

Ma chi faceva parte dei 45?

 

Il video – famosissimo – che li riprende mentre cantano tutti assieme inquadra molti volti celebri: oltre a Michael Jackson e Lionel Richie, si riconoscono Billy Joel, Diana Ross, Bob Dylan, Ray Charles, Cyndi Lauper, Paul Simon, James Ingram, Lindsey Buckingham, Tina Turner, Dionne Warwick, Stevie Wonder, Willie Nelson, Huey Lewis, LaToya Jackson, Kenny Rogers, Bruce Springsteen che canta con la voce un po’ rauca perché reduce da un concerto quello stesso giorno, Al Jarreau, Steve Perry, Bob Geldof, unico membro di Band Aid, e persino Dan Aykroyd la cui partecipazione fu in rappresentanza del mondo del cinema. Il super gruppo si chiamò USA for Africa, dove l’acronimo “USA” stava per “American Support Artists”. Puoi vederlo QUI.

L’incisione del 45 giri durò tutta la notte: otto ore, 21 voci soliste (e le restanti a fare da coro) per una canzone di 7 minuti che vinse ben 2 Grammy Awards, vendette ben 8 milioni di copie solo negli Stati Uniti e fu poi inserita nell’album USA for Africa: We Are The World che ne vendette altri 3 milioni.

Il gruppo USA for Africa chiuse il concerto Live Aid il 13 luglio.

Nonostante le critiche al testo, che alcuni sentenziarono come “banale e pieno di luoghi comuni” e inorridirono al fatto che artisti del calibro di Bob Dylan e Bruce Springsteen avessero accettato di dare il loro contributo, We Are The World fu uno degli unici pochi progetti a scopo benefico dove i partecipanti furono mossi davvero da un atteggiamento umanitario e resta uno dei 10 singoli più venduti nella storia della musica.

A Natale del 1985 ricevetti come regalo la musicassetta della raccolta USA for Africa: We Are The World. La canzone We Are The World è la prima del lato A. Ricordo come fosse ieri tutti quei giorni passati a premere il tasto bianco “rew” (cioè “rewind”) sul mio registratore per far riavvolgere il nastro e far ripartire la canzone dall’inizio. Era il 1985, non c’era internet e io avrei dovuto aspettare ancora qualche anno per avere il mio primo walkman con le cuffie!

E quando alla tv trasmettevano il video, mi mettevo sul divano con mio padre a cercare di riconoscere tutti i cantanti.

Il 1° febbraio 2010, in seguito al terribile terremoto che colpì Haiti il 12 gennaio dello stesso anno, 75 artisti si ritrovarono negli stessi studi di 25 anni prima per incidere una nuova versione di We Are The World con lo scopo di aiutare la popolazione haitiana. Il gruppo si chiamò Artists for Haiti.

Conservo ancora la mia musicassetta consumata: dentro c’è la musica dei miei ricordi di bambina, della mia estate al mare di quel 1985, cose piccole rispetto a quello che We Are The World fu in realtà per il mondo della musica. Non ho più il registratore per ascoltarla e quindi, come ho fatto per molte delle canzoni rimaste sulle musicassette, ho riacquistato il singolo sul web e me la sono messa sullo smartphone.

E per tutto il tempo che mi ci è voluto per scrivere questo articolo, nel ripensare ai miei ricordi, ho messo quei 7 minuti in loop nelle mie cuffie e mi sono rivista il video più e più volte.

E sembrano ancora tutti lì nella sala d’incisione a cantare e a ricordarci che questo mondo siamo noi e che sta a noi farne un posto migliore.

Daniela Granata

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