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“Nessuno scompare davvero” (Bigsur) di Catherine Lacey – recensione

“E mi chiesi anch’io cosa mi era preso, a me o a una persona come me, e mi chiesi cos’era che mi spingeva a fare cose del tipo mollare la mia vita di punto in bianco, e in quel momento non lo sapevo cos’era, perché allora non lo potevo sapere e a malapena lo capisco adesso cos’era o cos’è che mi ha spinto ad andarmene.”

Questa è la voce di Elyria, la protagonista di uno dei romanzi, a mio avviso, tra i più interessanti e intensi usciti in questo primo trimestre del 2016.

Elyria ha ventinove anni, ha appena deciso di lasciare il marito, il suo lavoro di sceneggiatrice di soap opera e tutta la sua vita a New York per raggiungere la Nuova Zelanda.

Trama del libro

Elyria parte con la volontà di lasciarsi alle spalle il suo matrimonio, il rapporto difficile con la madre e il ricordo della sorella (adottiva) morta da poco tempo ma soprattutto vuole allontanarsi da sé stessa e da un mondo interiore che la sta dilaniando.

Sente di aver perso il controllo sulla sua esistenza e l’idea del viaggio – parte con un’unica meta, l’indirizzo di un uomo incontrato una sera ad un vernissage – è per lei un’affermazione d’indipendenza e al tempo stesso un atto di forza.

Nessuno scompare davvero recensioneMa il suo cammino non sarà semplice ed Elyria dovrà confrontarsi con i suoi fantasmi e i suoi meccanismi inceppati. Anche per il lettore sarà così: non possiamo evitarci il malessere, il dolore e il caos della giovane donna, siamo “costretti” ad ascoltarla (a meno che si decida di abbandonare la lettura del romanzo…ma mi auguro proprio di no) con la volontà di comprenderla.
Purtroppo questo non è ciò che avviene nella vita di tutti i giorni, quando piuttosto che accogliere la sofferenza di una persona a noi più o meno cara, facciamo finta di nulla, distogliamo lo sguardo, non ascoltiamo con rispetto ed empatia e ci allontaniamo.

Ecco, questo credo che possa essere già un buon motivo per dedicarsi alla lettura di “Nessuno scompare davvero”: imparare ad esserci e stare vicino ad una persona in difficoltà anche quando veniamo allontanati o il nostro “aiuto” rifiutato.

Ma ce n’è un altro, più importante: questo romanzo permette di riconoscersi nel tumulto interiore di Elyria, declinato secondo il proprio grado di vissuto personale, senza farci sentire soli, diversi e destinati ad un futuro privo di prospettive.

Perché “a nessuno piace essere un estraneo agli occhi di una persona conosciuta”: soprattutto a noi stessi.

EquiLibrista M.

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