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Paura di volare: metafora della vita stessa

Paura di volareQuando ero una ragazzina avevo paura di prendere l’aereo.

Durante l’ultimo anno del liceo il professore di Storia dell’Arte ebbe l’idea di organizzare la famigerata gita scolastica: destinazione Praga!

Per me, che non avevo mai preso un aereo in vita mia e che non smaniavo assolutamente per avere la mia prima volta, la cosa non suonava affatto interessante. Anzi.

L’idea di mettere piede su un aereo non riusciva a sfiorarmi nemmeno come eventuale possibilità remota: non potevamo prendere un bel pullman e affrontare un massacrante viaggio di 20/30 ore come tutte le classi di tutte le scuole superiori sulla terra? No. La nostra classe, assieme ad altre due, avrebbe preso un bel volo Milano Linate-Praga.

La maggior parte dei miei compagni ovviamente stava in vulcanico fermento: avevamo 18 anni, era l’ultimo anno del liceo e ci stavano proponendo una gita scolastica di 5 giorni all’estero.

Come poteva suonare secondo voi? Era un piano perfetto.

Io me ne stavo seduta immobile al mio banco sperando per una volta nella reazione di mia madre la quale, visto che la spesa del viaggio sarebbe stata molto più impegnativa di una gita scolastica ordinaria, avrebbe potuto dire: “No, tu non ci vai”. Era un pensiero perfetto.

Cosi sono andata a casa con la grandiosa notizia e ho mostrato ampiamente ai miei il mio entusiasmo a livello molto-meno-di-zero.

E mia madre se ne è uscita invece con una sentenza: “E’ un’occasione unica, nella vita non si sa mai, devi andarci, per noi va bene”.

Tiè.

Con la mia valigia piena di umore in caduta libera sommata alla paura di volare, mi sono lasciata trascinare dall’euforia delle mie compagne di classe – che ne avevano da vendere –  e dopo un mese e mezzo circa, sono volata a Praga.  Per cinque giorni abbiamo girovagato tra le vie di una città meravigliosa! Risultato: divertita un sacco e dormito zero, ovviamente.

Praga resta una delle più belle città europee che io abbia mai visto ed è anche uno dei ricordi più belli che ho del liceo.

Ma per tutto il viaggio sull’aereo, sia all’andata sia al ritorno, sono rimasta immobile, totalmente pietrificata sul sedile come una statuina di cemento armato.

E comunque dopo Praga, per paura di volare, non mi capitò più di prendere un aereo.

Finché invece qualcosa è capitato.

Un martedì pomeriggio di settembre, mentre cerco di tirare insieme i pezzi del mio esame universitario che ancora non ho passato, mi accorgo che mio padre ha lasciato accesa la tv in salotto. Faccio per afferrare il telecomando quando un collegamento in tempo reale tipo telegiornale in versione “edizione straordinaria” mostra le immagini di una città con un grattacielo che fuma. Un fumo di incendio. Faccio per alzare il volume e mentre il giornalista tenta di dare un senso a quelle immagini, l’inquadratura riprende un aereo che va a schiantarsi contro il grattacielo a fianco. Lentamente mi siedo sul divano e resto li con lo sguardo incredulo incollato alla mia tv cercando di capire se sia un film o stia succedendo davvero. Tutto fuma, la tv mostra persone che si affacciano dalle finestre e gridano disperatamente aiuto, alcuni di loro si buttano nel vuoto per non bruciare vivi.

Sono a casa mia e guardo alla tv New York sotto attacco, si sentono le sirene, si vede il fumo, il caos nelle strade, pompieri dappertutto, le persone che si incamminano lontano da Manhattan, la corsa contro il tempo per salvare chi sta ancora nelle Torri.

Poi le Torri vanno giù inghiottendo cose, vite, sogni, tutto.

Ho visto New York cosi, alla tv. Non ci avevo messo mai piede. E in quell’istante se c’era qualcosa che forse avrei voluto vedere o visitare, non esisteva più. Spazzato via.

E’ stato un attimo e mi sono chiesta: cosa mi sto perdendo?

C’è ancora tempo per avere paura di volare? No.

Perché mentre stavo li a guardare la gente scappava, moriva, piangeva.

E in quel momento ho capito che non volevo più stare seduta sul mio divano soltanto a guardare.

Perché mentre stiamo fermi a guardare, il tempo passa, la vita procede, le cose succedono, soprattutto quelle brutte, alcune spazzano via vite, sogni, grattacieli interi. Niente di tutto questo sta ad aspettare noi, qualcun altro sta già agendo, organizzando, pianificando, anche cose orrende.

Quella che chiamiamo “paura di volare” è qualcosa di più: è la paura di fare di più, di volere di più, di chiedere di più, di investire di più, di andare più lontano, di alzare la nostra asticella.

Quindi è molto, molto di più.

La paura di volare è qualcosa che ci frena, è una soglia e per ognuno è diversa.

Ma per tutti è come una linea orizzontale invisibile che ognuno di noi traccia oltre la punta dei propri piedi, esattamente sul proprio cammino, come un confine da non oltrepassare, perché oltre esso non sappiamo bene cosa possa succedere, se ce la facciamo o no.

Un limite, una cortina di ferro: oltre non si va.

E quella soglia assume forme differenti.

Magari è il viaggio che continuiamo a rimandare, un posto dove non vogliamo andare e nella nostra testa lo spostiamo geograficamente ancora più lontano, un lavoro che non fa per noi e che non abbiamo il coraggio di lasciare perché ci serve stare tranquilli, un progetto che continuiamo a lasciare ad ammuffire in chissà quale cassetto perché temiamo di fallire, un figlio per cui non ci sentiamo pronti pur sapendo che il tempo prima o poi scade, una telefonata verso quella persona con la quale ormai c’è un muro di silenzio ma vi manca lo stesso ogni santo giorno, il tempo che ci sembra non bastare mai.

O semplicemente mettere il piede giù dal letto ogni sacrosanta mattina nonostante tutto.

Quel passo fuori dalla porta, quel centimetro oltre la vostra soglia, il salto fuori dall’acquario.

La paura di volare ci rende esitanti, dubbiosi.

Alice non sa se seguire o meno il Bianconiglio nella tana, non vede bene dove porta, non sa che il Paese delle Meraviglie le cambierà ogni prospettiva.

Il giovane Semola non sa se riuscirà a estrarre la spada dalla roccia, non si rende conto che sta per diventare re Artù, che sta per diventare un uomo.

Eppure entrambi andranno oltre la loro soglia.

Ma la paura di volare è ciò che può farci fare un tentativo e farci arrivare lontano.

L’anno dopo l’attentato alla Torri Gemelle sono stata negli Stati Uniti per la prima volta, proprio a New York. Da allora ho fatto un viaggio all’estero ogni anno, andando anche più lontano.

Ho visitato posti meravigliosi, visto il deserto sotto la pioggia, assaggiato cibi di cui non immaginavo nemmeno il sapore, sono salita in cima a grattacieli e torri per guardare il panorama, ho guidato per migliaia di km senza incrociare nemmeno un veicolo, ho scattato foto a paesaggi, spiagge infinite, città, balene in mare aperto, comprato un quadro in una famosa galleria d’arte, tenuto in braccio un cucciolo di coccodrillo e persino un pitone, conosciuto persone.

Ogni volta ho sfidato me stessa mettendo volutamente piede su un aereo, mi sono allacciata la cintura di sicurezza e ho pensato soltanto a godermi il viaggio.

E ad ogni ritorno a casa immaginavo già la meta successiva.

Spostando la mia soglia un po’ più in là.

Non sono sicura che la paura di volare vada combattuta, proprio per niente.

Ho imparato che nulla di ciò che abbiamo in noi debba essere buttato via: bisogna trovare il modo di investirlo in positivo per spostare quella linea invisibile un po’ più in là.

La paura di volare ci aiuta a stare allerti, ci insegna che stiamo mettendo un limite e che ci stiamo perdendo qualcosa di importante per la nostra vita.

Per questo bisogna trovarle un angolino dentro noi stessi dove possiamo gestirla, elaborarla e trasformarla: da “non vedo” a “non vedo l’ora di”.

E quando sarete al di là della vostra soglia, come Alice non sarete in grado di distinguere se fino a quel momento avevate soltanto sognato, ma una cosa è certa: non avrete più voglia di guardare indietro, anzi.

Vorrete stare sempre svegli e andare ancora più lontano.

A presto, Daniela Granata

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