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Europei. Perchè potremmo vincere

Ammettiamolo, ieri siamo rimasti disorientati. Milioni di commissari tecnici da poltrona, costretti ad ammettere che l’Italia aveva giocato una signora partita. Vincere con il Belgio non ha significato giocare con la bellezza estetica del Barcellona o col predominio di gioco della Juve.

Vincere ha significato semplicemente sacrificio.

Già perchè Conte si è fatto due…conti e ha capito che o creava una squadra operaia, o erano dolori. Intanto per mancanza di risorse. Non abbiamo più l’imbarazzo della scelta tra Baggio e Del Piero o Luca Toni che ce ne fa 30 a stagione. Abbiamo meno qualità in attacco, ma abbiamo gente pronta a giocare di più per la squadra.

In più la rinuncia forzata a Marchisio è una tegola, non parliamo di Montolivo che dava equilibrio, solo che purtroppo lo dava alla squadra avversaria. Si scherza ovviamente, ma ecco, non è un fulmine di guerra.
Questa squadra è partita con i toni bassi. Low profile. Anche noi, ci siamo messi davanti alla TV per nulla convinti di quello che stavamo facendo.

Il nostro abbigliamento fantozziano, visto che in molte città sembra novembre la vestagliona di flanella non guasta, la nostra birra gelata.

Non eravamo proprio entusiasti. Poi pian piano ci abbiamo creduto. Per cosa?
Intanto per l’umiltà mostrata dai nostri, poi perchè non c’è stata vergogna nel giocare con i mezzi che si avevano. Per cui anche una palla lunga che parte dalla difesa va benissimo per fare legna. A questo punto è anche stato un risultato stretto.

Senza abbandonarsi a facili entusiasmi, ma molti elementi hanno dimostrato una forza della nostra squadra che potrebbe portarci lontano. E proviamo a dirli.
Intanto se avete osservato bene, alla fine della partita gli azzurri festeggiavano come se si fossero tolti un grosso peso, quasi avessero vinto una finale.

Evidentemente nemmeno loro capivano fino in fondo cosa potevano dare e come. Ogni palla sbagliata era un incoraggiamento, un sostenersi. Questo è segno di una visione collettiva e di sostegno, sono stati squadra, prima di fare squadra, ma dovevano capirlo sul campo. E questa conoscenza graduale è propria di chi parte tranquillo e non ha nulla da perdere.

L’italia non gode dei favori del pronostico, siamo tutti concentrati sulla voglia di rivalsa della Spagna, sulla Germania campione del mondo, o il Portogallo per Ronaldo e il Belgio, almeno fino a che non gliele abbiamo suonate. Ma questa sembra la metafora dei tori. Mentre i tori giovani lottano per le femmine, di soppiatto il toro vecchio se le fa tutte. Con licenza parlando.

E ricordiamoci anche che si giocano al massimo sette partite, per cui nel breve, magari si dà tutto.

A volte il non crederci degli altri aiuta tantissimo e gli europei più dei mondiali sono la patria delle vittorie impreviste.
Qualche esempio?

La Danimarca nel 1992, che richiamò i giocatori in vigilia di vacanza, perchè la Jugoslavia fu esclusa per la guerra. Il Ct danese ricevette la telefonatadi convocazione mentre montava una cucina e dovette rinunciare al suo elemento più talentuoso, Michael Laudrup, che non voleva giocare. Eppure vinsero, con un calcio pratico e non bellissimo.

O la Grecia, nel 2004, che giocò un europeo assurdo, battè il Portogallo all’esordio e in finale, a casa loro. In più la parte del leone la fece un centravanti Angelos Charisteas, che non era proprio uno che segnava sempre e comunque.
Insomma, quando i singoli non hanno talento cristallino, occorre fare fruttare quello che si ha in casa. Le premesse ci sono, anche vincendo le partite con lanci dalla difesa. L’estetica non è tutto, se si rischia di essere narcisisti e a mani vuote.

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