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Rapporti umani e tecnologia: siamo social ma disconnessi

socialA volte succede che le persone non si comprendano fra loro. Non lo trovate assurdo?

Siamo nell’era digitale, i canali di comunicazione sono tantissimi, le nostre possibilità di interazione sono praticamente infinite. E’ una continua multi-connessione no-stop, eppure, so che sembra pazzesco, ma in tutto questo vortice, capita che le persone non si capiscano.

Succede qualcosa – è proprio il caso di dire – di incomprensibile: abbiamo mandato segnali, detto cose, le abbiamo ripetute, abbiamo provato a rispiegarle e a dirle in modo diverso, cambiando le parole, gesticolato, fatto persino un disegnino, magari poi anche alzato il tono della voce in balia dello sfinimento fino a farci venire addirittura mal di testa, ma niente. Dall’altra parte è il nulla, disconnessione totale.

Improvvisamente siamo come alieni in mezzo ai nostri simili: diventiamo invisibili e ci sentiamo come boe ancorate male al largo, ciondolanti in mezzo al niente pur avendo una folla di gente attorno, in balìa della sordità altrui.

Sì, sì, avete letto bene: sordità.

Lanciamo messaggi – a parole, a gesti, tramite la tecnologia – che si perdono lungo il tragitto, non arrivano.  

Ma se non arrivano, dove finiscono?

E soprattutto: perché non arrivano?

 

C’è qualcosa che non va, forse c’è una falla.

 

Ci sono evidentemente dei limiti e credo che non si tratti affatto di limiti tecnologici o fisici, sono limiti nostri, sono limiti umani: siamo noi.

Potremmo cercare mille risposte e interpretazioni, ma l’unica risposta concreta poi alla fine ce l’abbiamo già, solo che non sempre ne siamo consapevoli: ognuno di noi misura le cose su se stesso, sulla propria vita, su quanto gli accade ogni giorno.

 

Siamo noi la principale unità di misura di noi stessi.

 

Ogni giorno con le nostre azioni – verbali o meno – comunichiamo noi stessi, il nostro stato d’animo, le nostre idee, i nostri progetti, le nostre intenzioni, come passiamo la giornata, cosa abbiamo scoperto, sognato, visto, persino cosa abbiamo mangiato, chi abbiamo incontrato e cosa abbiamo provato, dove siamo stati, dove stiamo andando, persino se torneremo o no.

Ma a chi?

 

Quando ero un’adolescente per me e per molte ragazze della mia età c’era un diario su cui scrivere e riportare tutto questo, un’agenda dove raccoglievamo pezzi di noi. Io scrivevo, poi rileggevo assieme alla mia amica, poi le lasciavo il mio diario e ci scriveva qualcosa lei, poi io facevo lo stesso sul suo, a volte trascrivevo testi di canzoni, frasi famose lette o sentite, appiccicavamo foto e ritagli di giornale del cantante preferito, incollavamo i biglietti di concerti o cinema dove eravamo state assieme, il tovagliolo di carta firmato dagli amici durante quella famosa pizzata tutti insieme in vacanza. Sul tavolo nella mia stanza, accanto ai libri su cui studiare, c’era sempre un gran caos tra pennarelli, penne colorate, uno stick di colla, scotch, forbici, fogli vari. Dopo un anno il diario aveva assunto dimensioni mostruose, un peso discretamente impegnativo da portare in giro e non si chiudeva più in modo normale.

Ma dentro, fra quelle pagine, c’era davvero tutto di noi.

 

Oggi c’è il web.

 

Prima con internet e poi coi social network abbiamo imparato a comunicare in modo del tutto diverso. Il nostro diario non è più sulla carta, è lì, in rete: ci è stato insegnato a condividere, ci siamo abituati a farlo su più larga scala o largo raggio, dipende quanto è ampia la cerchia dei contatti. Oggi mettiamo le nostre cose in rete, facciamo della nostra vita una notizia che va condivisa e ognuno lo fa con bisogni e scopi molto diversi. Sicuramente è molto più immediato, lo scrivi e arriva subito. C’è chi semplicemente vuole condividere con i propri amici e chi invece ha bisogno di attirare l’attenzione perché magari di amici non ne ha molti, c’è chi lo fa per tenere aggiornati familiari o persone care che vivono lontano, magari all’estero, c’è chi invece vuole solo curiosare e c’è chi ne fa un utilizzo per motivi di lavoro.

 

In ogni caso condividiamo, mettiamo la nostra vita quotidiana in condivisione con altri. E loro fanno lo stesso con noi.

 

La rapidità di tutto questo ha inevitabilmente cambiato moltissimo la nostra vita e ci ha alleggerito dal peso della carta. Niente più agenda da 2kg da portare in giro nella speranza di trovare un momento con l’amica per farle leggere le nostre cose.

Ma è cambiato anche il nostro linguaggio e il modo in cui ci esprimiamo: abbiamo contratto le parole, eliminato spazi, abbreviato anche dove non sembrava fattibile, in qualche caso tolto verbi e congiunzioni, soppresso vocali, privilegiato sigle e acronimi, ridotto ai minimi termini tutto ciò che era troppo lungo.

Abbiamo scoperto il vero significato dell’immediatezza, ottimizzato tempi e spazi, “adesso” è diventato “subito” e “subito” è diventato “mentre finisci di leggere è già troppo tardi”.

 

A tutto questo ci siamo adeguati, allineati e tutto il processo funziona perfettamente, non ci sono intoppi particolari. Se va tutto bene.

Perché le cose belle, le emozioni positive e le buone notizie sono facili da comunicare e ancora più facili da recepire. Non richiedono sforzi di comunicazione né tanto meno di comprensione, quindi niente falle nello scafo della vostra nave.

Ma quando qualcosa non va e sentiamo la necessità di condividere con qualcuno – e non con chiunque – i nostri problemi, magari un momento delicato o difficile della nostra vita, il bisogno di comunicare si fa più ampio, più complesso e di conseguenza anche più difficile da gestire.

Quindi può capitare che lanciamo il messaggio ma lo lanciamo male o non arriva o arriva distorto o viene mal interpretato. Insomma, non è quello che volevamo dire, che volevamo trasmettere. E ce ne rendiamo conto dalla reazione dell’altro, che non è quella che ci aspettiamo, senza contare che purtroppo, a volte, di reazioni non ce ne sono affatto.

 

E allora una falla si apre.

Non veniamo capiti perché non sappiamo comunicare correttamente o perché dall’altra parte c’è un’incapacità di comprensione? O addirittura una mancanza di volontà di capire, perché non c’è interesse? Se non c’è interesse né reazione, possiamo cambiare destinatario?

 

Certo che si. Tutto si può fare. Basta volere.

 

Ma credo che il punto sia un altro: se non ci stiamo comprendendo, la situazione richiede una soluzione alternativa. Quello che stiamo cercando di dire non basta.

Ci vuole una connessione diversa.

Ci vuole un ponte.

 

E’ vero che tutto conta: trovare il momento giusto, stabilire un incontro che sia dal vivo o no, scegliere il luogo adatto che sia fisico o virtuale, le parole più adatte, lo sguardo concentrato ma soprattutto il cuore attento, tutto deve essere puntato sul raggiungimento dell’obiettivo.

Tutte cose giuste.

 

Ma prima dobbiamo trovare noi.

Dobbiamo guardare l’altro e aprirgli il nostro ponte e se siete voi l’altro, dovete capire se accogliere il ponte che sta scendendo verso di voi, qualunque siano le condizioni meteo, quelle fisiche, emotive, geografiche e tecnologiche.

E’ una scelta, un’azione carica di volontà, che ci dobbiamo sentire addosso, nel cuore, sotto pelle, nelle vene, di voler compiere.

E che richiede più tempo di un “subito”.

 

E allora, quando sarà il momento, sul ponte non ci saranno né disconnessioni né interferenze né deviazioni.

Ti guardo ma ti vedo, ti sento ma ti ascolto.

E saremo davvero noi.

La redazione

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La redazione di Chizzocute è come una famiglia, grande e animata, composta da donne e uomini uniti da ideali di vita sostenibile, che pongono le relazioni umane al centro delle proprie scelte, consapevoli che tutti noi “siamo frutto della nostra famiglia”.

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