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Da quando Senna non corre più – anniversario della morte di Ayrton

Questa storia comincia con la bandiera sbagliata. Sì, perché il cuore porta a fare gesti che poi alla fine sembrano veramente surreali.

Perché il destino forse aveva deciso di giocare come da bimbi, quando bisognava fare rubabandiera.

Ayrton Senna fu il più grande dei piloti di formula 1. Il più geniale, insieme a Villeneuve. E di lui seguì le tracce, nella tragica fine. Il suo sguardo sognatore non era però quello di un uomo distratto, semplicemente guardava oltre, calcolava oltre, osava oltre. La sua rivalità con Prost fu qualcosa che tolse platee a chiunque. Chi si metteva davanti alla TV guardava il gran premio, aspettando che uno dei due facesse qualcosa che facesse saltare i nervi all’altro.
Fu la McLaren a fare forse un gesto sconsiderato e geniale insieme. Mettere nello stesso serraglio due belve da volante. Ayrton insieme a Prost. Non poteva durare, ma finché durò furono colpi proibiti, tagli inopportuni, parole al vetriolo.

Certo, quando poi succede l’ineluttabile, sono tutti segnali che sembravano rivelatori. Adriana Galisteu, la compagna di Senna, disse che il giorno prima di quel primo maggio, Ayrton non era lo stesso. Era successo qualcosa. Un pilota era morto in malo modo nel circuito di San Marino. E lui non riusciva a toglierselo dagli occhi. A lei disse che stava pensando di smettere. Ormai sentiva che stava sviluppandosi un nuovo modo di guidare, una formula 1 che non gli apparteneva. Anche il suo team non gli aveva visto il sorriso. E non vedere il sorriso di Ayrton era strano davvero.

Il bello è che la leggenda non è morta con lui. Ma fermiamo un attimo la vettura di Ayrton.

Perché era un campione, sì, ma non solo sull’asfalto. Giocava a scacchi, battendo spesso e volentieri anche il proprietario della sua scuderia Sir Williams. Era anche una persona molto riflessiva e che ha lasciato molte frasi nella memoria. Come quella “La vita è troppo corta per avere dei nemici”.
Fece molta beneficenza discreta, come amava dire “i ricchi non possono vivere su un’isola circondata da un oceano di povertà. Noi respiriamo tutti la stessa aria. Bisogna dare a tutti una possibilità.”.

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Chi lo conosceva, anche chi non lo amava, diceva che era quasi impressionante, passava in un attimo dall’essere freddo calcolatore all’essere sorridente ed affettuoso. Prost lo definiva presuntuosamente convinto di essere immortale, altrimenti non avrebbe fatto quello che faceva.
Roberto Baggio dirà che a far vincere i mondiali al Brasile nel 1994, sarà stato anche il buon Ayrton da lassù, spingendo il suo rigore oltre la traversa.

Non era immortale. Riprendiamo il fotogramma. E portiamolo qualche momento avanti.
Cinque anni prima, Bergher, compagno poi di squadra di Ayrton, sbatte violentemente contro una curva. Fatta male, con un muretto coperto da erba. Bergher dice ”Appena urtai le barriere pensai ‘Cavolo Gerhard non ce la farai, non sopravvivrai’. Così misi le braccia sul petto e mi preparai all’impatto. La prima cosa che vidi quando mi svegliai è che c’era il professor Watkins seduto che stava cercando di infilarmi un tubo in gola. Ero ferito, così mi resi conto di essere ancora vivo”. Avevo una costola rotta, ustioni di natura chimica sul corpo a causa della fuoriuscita di benzina e una ferita di secondo grado alla mano.”.

Il giorno dopo l’incidente Ayrton, suo fraterno amico gli telefona, Bergher lo dice subito: “Ayrton dobbiamo togliere quel fottutissimo muro è troppo pericoloso”. Fecero diversi sopralluoghi insieme. E sollecitarono più volte per la sua rimozione. Era la curva del Tamburello. Dove Ayrton sarebbe finito. Per sempre. Quel giorno maledetto, mi ricordo anche io cosa facevo. Ero dentro un bar, con amici. Non posso giurare sulla mia memoria, ma quando il cronista parlava di situazione grave, io mi ricordo un lago di sangue dietro ad un casco. Quel giorno realizzai che un semidio ha ferite molto umane.

Adesso andiamo avanti, il sabato del Gran premio di San Marino muore il pilota austriaco Roland Ratzenberger. Il giorno dopo Senna non riuscirà ad avere il controllo della sua Williams, schiantandosi contro la curva e il muretto maledetto. A nulla serviranno i soccorsi. Questa storia comincia e finisce con una bandiera sbagliata. Ayrton dentro l’abitacolo aveva una bandiera austriaca, se avesse vinto, avrebbe reso omaggio al buon Ratzenberger. Lo avrà abbracciato direttamente. Purtroppo per tutti e due. E per tutti noi. 

Ettore Zanca

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