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Tour de France: le fatiche dei campioni e i dolori di noi semplici esseri umani

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Il Tour de France è la corsa ciclistica più famosa del mondo, ma il ciclismo deve ancora ripulire del tutto la propria immagine a causa del doping usato da alcuni importanti atleti. Il tumore scoperto e sconfitto da Ivan Basso durante la corsa può anche far sorgere qualche dubbio, ma la nobiltà dello sport e l’impegno degli atleti devono essere sempre e comunque rispettati. Ricordando Casartelli, morto in corsa 20 anni fa.

Il mio primo articolo per Chizzocute coincide temporalmente con l’evento ciclistico più importante del mondo, ovvero il Tour de France. Ogni anno da quasi un secolo centinaia di corridori si sfidano per le strade transalpine affrontando condizioni climatiche ai limiti dell’umana sopportazione, vedi il caldo ustionante di questi ultimi giorni piuttosto che il gelo sulla cima dei Pirenei, su e giù senza quasi mai fermarsi e senza lesinare fatica e sudore. Premesso che il ciclismo non è di certo uno di quegli sport che mi esaltano particolarmente, ammetto che la fatica, l’impegno e la tenacia che questi atleti mettono nella loro disciplina è qualcosa di encomiabile e di tutto rispetto. In fondo, pedalan pedalando, si fanno quattromila (quattromila?! Sì, quattromila) chilometri in circa 3 settimane. Insomma, come andare a far le vacanze in macchina in Spagna partendo da Milano, ma senza aria condizionata e fermate panino-pipì all’autogrill. Loro del resto, la fermata panino-pipì, la fanno mentre pedalano. Grandi uomini e grandi imprese hanno reso il Tour de France la corsa per eccellenza, il top del top, vincerlo significa entrare nella Storia di questo sport. Bartali, Coppi, Pantani, Vincenzo Nibali (vincitore dell’edizione 2014), sono solo alcuni degli italiani che hanno tagliato il traguardo sotto l’Arco di Trionfo a Parigi al primo posto. Quest’anno no, i due alfieri d’Italia, ovvero il detentore Nibali e il vecchio leone Ivan Basso, non hanno saputo essere all’altezza degli altri avversari. Ci sta, non si può vincere sempre, ma se è vero che il buon Vincenzo ha ancora diversi anni davanti a sé per replicare il successo del 2014, Ivan il Grande, pur regalando ai fan gli ultimi scatti da campione, ha forse vinto la gara più importante della vita, quella contro il cancro. Pochi giorni fa, grazie ad una caduta in corsa (sempre che una caduta possa essere ringraziata, ma in questo caso possiamo dir di sì) e un conseguente quanto persistente dolore ad un testicolo, Basso ha scoperto di avere un piccolo tumore. Preso al volo, Tour abbandonato e operazione fatta immediatamente. Oggi Ivan sta benissimo e già pensa di rimettersi in sella e fare ciò che il suo cuore e la sua mente lo hanno spinto a fare negli ultimi 20 anni. Una storia con lieto fine, la classifica fortuna nella sfortuna, un momento di vicinanza emotiva che non ha bandiere, lingue, partiti. Solidarietà piena ad un uomo, un essere umano come tutti, che avrebbe potuto scoprire quel male più avanti e con conseguenze ben peggiori. Tutto bello, ma qualche domanda me la faccio lo stesso: come è possibile che uno sportivo professionista, che guadagna milioni di euro l’anno ed è seguito da una equipe di tecnici, allenatori, preparatori e medici come e forse più di un’astronauta, scopre di avere un tumore dopo una caduta senza che nessuno se ne fosse accorto prima ? Quello di Basso non è il primo caso, in altri sport è capitato e sfortunatamente capiterà ancora, però lascia un po’ basiti l’idea che se per puro caso viene diagnosticato un male simile ad una persona super controllata a livello medico, noi “semplici” umani dovremmo far ancora più attenzione e controllare lo stato del nostro corpo con frequenza e attenzione. Se tralasciamo il fatalismo, guardiamo l’altra faccia della medaglia, ovvero che quando si parla di ciclismo non si può non pensare al doping. Lo so, facile demagogia, però è anche vero che se tanti campioni devono le loro vittorie ad attività illecite, e tanti di loro hanno sofferto di molte e diverse patologie durante e dopo l’attività agonistica, non si può fingere che alcuni mali potrebbero essere stati causati dal’utilizzo di sostanze dopanti. Ci fu un caso inverso, quello di Armstrong: a metà degli anni ’90 gli venne diagnosticato un tumore ai testicoli (guarda caso), vinse la sua battaglia e divenne simbolo della lotta al cancro con lo slogan “Live Strong”. All’epoca era un mediocre corridore, dopo le cure si trasformò in un campione: vinse 7 Tour (poi revocati) finchè si scoprì che del campione aveva poco e gli unici campioni che lo descrivevano come uomo e come atleta erano quelli delle urine… Ma non era da solo, dietro di lui c’erano molte persone e molti altri atleti che avevano interesse che lui vincesse, con i borsoni di milioni di dollari ad attenderli al traguardo come ricompensa per il loro silenzio. Ma come detto, Armstrong prima si ammalò, poi cominciò a vincere. Molti altri professionisti, del ciclismo e no, hanno invece pagato sulla propria pelle l’uso di doping con disturbi cardiaci, del sistema nervoso, del sistema epatico, fino all’appunto citato cancro. Lungi da me ora accusare Basso di chissà che, anche se a dir la verità pure lui si beccò 2 anni di squalifica per doping anni fa, quindi non proprio l’anima più pura della truppa pedalante, per questo il refrain “a pensar male si fa peccato…” non suona tanto male. Ma non voglio iniziare questa rubrica facendomi subito dei nemici, perciò mi auguro sinceramente di rivedere Ivan Basso sulle strade del mondo a caccia dell’ennesima vittoria, libero da ogni sospetto e pulito come è giusto che sia, simbolo di uno sport nobile che deve essere rispettato e amato come ogni altra attività sportiva. Contemporaneamente, invito i semplici umani come me a fare ogni tanto un check up, meglio evitare brutte sorprese o scoprirle per tempo.

Concludo ricordando un altro corridore, Fabio Casartelli, medaglia d’oro alle Olimpiadi di Barcellona ’92, morto 20 anni fa per una caduta proprio durante il Tour de France. Ecco, dimentichiamoci per un momento le scorrettezze, i sotterfugi e le scappatoie, pensiamo alla famiglia di quel 25enne, ai suoi amici, ai suoi tifosi e riflettiamo su ciò che è davvero lo sport, ovvero gioia, allegria e soprattutto vita, anche quando ci viene strappata mentre facciamo ciò che amiamo, perché siamo essere umani prima di essere campioni.

Vittorio Pessina

 

Categorized: Sport
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