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Una tragedia che ci riguarda tutti

Ci sono storie che muovono in noi sensazioni forti e contrastanti, storie che ci costringono a riflettere, a fermarci e a porci alcune domande.

Negli ultimi mesi il mio pensiero e la mia attenzione sono stati sempre un po’ più lontano da me, un po’ più altrove dove una terra e la sua gente non trovano pace. Una storia, questa, che mi ha colpito moltissimo. Una storia nostra, una tragedia, di tutti noi.

Prima c’è stato un forte terremoto, poi un altro. E case, chiese, negozi, interi centri abitati sono venuti giù, sbriciolati come biscotti.

E chi non ha perso un amico, un figlio, un familiare o un conoscente, ha perso la casa, magari anche la propria attività, le proprie cose, i ricordi di una vita. Un disastro, una tragedia umana, tanti danni, tanto dolore e tanta, tanta paura.

Dopo tutto questo, quando la terra sembrava essersi un po’ calmata, quando il coraggio e la speranza sembravano essersi fatti più forti della paura, è arrivata la neve. Perché l’inverno fa il suo corso, è vero, ma in un’area dell’Italia già in difficoltà, già in ginocchio fra le macerie, della neve non sanno che farsene e non ce n’era davvero bisogno.

E la terra ha tremato ancora, non contenta, e quel poco che era rimasto in piedi, che aveva resistito a tutte le scosse precedenti, ha ceduto. Troppo fragile.

Siamo fragili di fronte alla forza della natura.

E poi all’improvviso una valanga si stacca dalla montagna, travolge tutto ciò che incontra, investe un intero bosco e con una violenza spaventosa si abbatte su un albergo di 4 piani dove ci sono persone che lavorano e persone in vacanza. E lo seppellisce.

Il fronte della valanga è largo 300 metri, non ha risparmiato nulla.È la tragedia nella tragedia.

Scattano i primi soccorsi, nella neve, a piedi, nel buio mentre il tempo passa: l’albergo si trova in un posto isolato, difficile da raggiungere.

Da qualche parte si legge che non c’è nessuno da salvare lassù.

Ma i soccorritori si avviano verso il luogo della tragedia, perché ci sono più di 30 persone in quell’albergo. Ogni passo nella neve batte il ritmo dei cuori di coloro che potrebbero essere vivi: ogni minuto è prezioso, se qualcuno è vivo va trovato al più presto o potrebbe morire di freddo. E così le ricerche iniziano e tengono tutti col fiato sospeso. Sfidando  freddo, pessimismo e una provocatoria vignetta macabra che ironizza sull’accaduto e che dilaga sul web, i vigili del fuoco raggiungono l’hotel: la tv mostra immagini di neve e qualcosa di ammassato in modo disordinato, nulla sembra avere la forma di un albergo.

Eppure è lì, sotto la neve e qualcuno di vivo c’è.

Si lotta contro il tempo, ma la speranza non è una tattica e anche un miracolo va aiutato perché avvenga: bisogna scavare, cercare, lavorare assieme. Tutto è difficile: le comunicazioni, il gelo, lo scenario da terremoto e la posizione dell’albergo, la forza della natura che non regala un attimo di pace ai soccorritori. Non c’è spazio né tempo per le polemiche e per le critiche, ci sono vite che attendono di essere salvate.

E così senza sosta e senza resa, con tutto le forze e le risorse a disposizione, vengono portate in salvo 11 persone di cui 4 bambini. Quando i piccoli vengono estratti ci sono reazioni di gioia e commozione, arrivano coperte, qualcuno batte le mani, la gioia di una mamma: stanno bene, sono vivi.

È la vittoria della vita sulla morte. È la vittoria della tenacia dell’uomo sulla forza della natura. È la vittoria della speranza sulla tragedia.

Ho guardato tutto questo alla tv e seguito il dramma sui giornali, ho letto interviste, guardato video e foto su internet. E mi sono sentita piccola e impotente, al sicuro nella mia vita al nord a 500km di distanza, dove non piove da mesi, dove non è caduto nemmeno un fiocco di neve, dove l’inverno vero è cominciato tardi e c’è il sole ogni giorno. Anche al nord la Natura sta dimostrando caparbiamente la sua forza.

Ogni mattina sono andata in stazione svogliata per quei pochi gradi sotto lo zero e ogni sera tornando dal lavoro mi sono lamentata del mio treno in ritardo senza riscaldamento senza avere idea di cosa significhi davvero stare al freddo. Stare al freddo sotto la valanga, sperando che qualcuno arrivi a salvarti.

Finché non mi sono imbattuta in una serie di immagini sul web che ripercorrevano tutto ciò che è successo dal 24 agosto al 18 gennaio, mostrando il prima e il dopo di case, chiese, monumenti, strade.

E allora mi sono fermata e ho pianto.

Non ho concesso nemmeno un minuto del mio tempo e della mia attenzione, né spazio né credito ai messaggi, post e articoli scritti dai soliti sciacalli che, nemmeno stavolta dico io, hanno perso occasione di sfruttare una disgrazia così grande, per fare polemica cercando di spostare l’attenzione sulla politica, su come siamo governati, a chi dare la colpa o commentare con cattiverie chi ha ringraziato di essere stato salvato. Però una cosa ve la voglio dire: siete biechi costruttori di polemiche, un’attività che non richiede sudore e fatica, che non comporta notti insonni e schiene piegate sulle macerie e nella neve, né lacrime e dolore per chi in un istante ha perso tutto ciò che aveva, chi amava, la casa, i sogni di una vita, la vita stessa.

Ho invece preferito fare il tifo per i vigili del fuoco e per tutti coloro che in una terra come la nostra – che tutti sappiamo essere ad alto rischio sismico – non si sono mai fermati, mai arresi alla tragedia. E mi sono commossa con rispetto e preghiera per la gente che vive in una terra che da agosto non ha ancora smesso di tremare, gente che si è unita e si dà una mano nella tragedia.

Perché questa è una storia di tragedia, una tragedia italiana che ci riguarda tutti.

Sono 29 le persone che non ce l’hanno fatta. Travolti, schiacciati o per ipotermia, di loro sono stati estratti i corpi senza più vita. Nessun disperso.

A conferma orgogliosa che questo paese ha un cuore di magnitudo più grande del terremoto.

Daniela Granata

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