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Trattenere o lasciare andare? Non cresciamo figli mammoni!

I figli crescono e, spesso, i genitori  devono accettare il fatto che il loro “bambino” desidera fare esperienze, andare in giro, frequentare luoghi e persone e, preferibilmente, senza avere mamma e papà tra i piedi.

Molte mamme (soprattutto quelle italiane) ripongono nei loro figli (soprattutto maschi!) tutta la soddisfazione, l’orgoglio ed il significato della loro esistenza stessa. (Leggi: Lettera alla mia futura nuora). Sento dire o leggo spesso: “Vado avanti perché c’è mio figlio.”

E’ vero che dobbiamo prenderci cura dei figli, amarli e fare il possibile per star loro vicino ma, se diventano la nostra unica ragione di vita, siamo nei guai e, purtroppo, ci abbiamo messo anche loro. Alcuni genitori ripetono al bambino: “Sei la mia vita!” pensando di dire qualcosa di splendido, mentre lo stanno solo incatenando a sè.

I legami esistenti tra genitori e figli sono molto sottili, profondi, nascosti ed inconsci, specialmente quelli tra la mamma ed il figlio maschio ed il papà e la figlia femmina. I ruoli si mischiano facilmente, ed ecco che la bimba sogna di sposare il suo papà e, senza che nessuno se ne renda conto, il suo ruolo diventa quello della moglie, anziché quello della figlia. Una madre indaffarata o distratta può essere felice di restarsene a casa mentre il papà e la bimba vanno a fare i loro giretti al parco, o al centro commerciale.

La stessa cosa, ovviamente, accade tra la mamma ed il suo bimbo, quando il padre diventa solo uno strumento per portare qualche soldo a casa. La coppia, che dovrebbe mantenere la sua intimità, a volte si spegne fino a scomparire.

Sta di fatto che, volente o nolente, per quanto un genitore cerchi (malamente) di tenere legato a sé un figlio, nel periodo dell’adolescenza si trova, senza sapere come, un estraneo in casa, che cerca di divincolarsi da quelli che ritiene essere dei lacci in cui si sente prigioniero. Al giorno d’oggi questi lacci sono costituiti da cellulari nuovi, giochi elettronici, scarpe ed abbigliamento firmato; insomma una serie di cose che servono a far stare talmente bene a casa il ragazzo o la ragazza, da farlo allontanare solo di poco.

La nostra cultura è, evidentemente, molto diversa da quella anglosassone, che preferisce che i figli imparino a cavarsela da soli, fin da quando imparano a camminare, e vadano al college lontano da casa.

Per quanto mi riguarda ho scelto di rendere mio figlio il più autonomo possibile. Pur avendo stabilito con lui un legame affettivo molto forte, non ho mai delegato alla sua presenza la mia felicità né, tantomeno, ho mai preteso che ci fosse lui a tenermi compagnia. Quando lo accompagnavo agli allenamenti della scuola calcio, che ha iniziato a sei anni, lo lasciavo lì e tornavo a prenderlo solo dopo che aveva finito la doccia. Avevo un paio d’ore per fare la spesa, ed a volte tornavo a casa per preparare da mangiare, cosicché, quando tornavamo, dovevamo solo sederci a tavola, perché era già tutto pronto.

Quando me ne andavo venivo seguita dallo sguardo perplesso degli altri genitori, che non capivano come mai mi volessi perdere lo spettacolo delle sue prime performance calcistiche. Al mio ritorno mi aspettava un coro, quasi unanime: “Avresti dovuto vederlo! Si divertiva come un matto! Anziché star dietro alla palla ed a quello che diceva l’allenatore si metteva a saltare nelle pozzanghere ridendo, schizzandosi tutto!”

Ecco, proprio per quello non rimanevo lì a guardare, perché, sicuramente, mi sarei innervosita al pensiero di quella tuta infangata da lavare; lo avrei sgridato in macchina e gli avrei detto di smetterla di comportarsi così. E lui si sarebbe perso tutto il divertimento! Non è mai diventato un campione, infatti, ma, probabilmente, si è divertito un sacco.

Un anno fa, a ventidue anni, se n’è andato, e la mia casa è rimasta vuota.

Non ho fatto i salti di gioia, ma non ho nemmeno detto niente.

Se la tua strada ti porta da un’altra parte, per me va bene così, ho pensato. Ci sono voluti un paio di mesi per abituarmi, certo. Ma la mia vita è continuata benissimo.

E, adesso, altrettanto improvvisamente, è tornato.

Credo proprio che rimarrà poco. Ed è meglio così, per la gioia di entrambi.

Valeria Pisano

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