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L’uomo che amava i bambini: la pedofilia affrontata con un libro

Maurizio Macaluso ha 44 anni ed è originario di Trapani, dove vive. Fa il giornalista in Sicilia.

Cronista di giudiziaria, ha seguito importanti processi di mafia come quello per l’omicidio del giornalista e sociologo Mauro Rostagno. Sua l´inchiesta giornalistica da cui è scaturita la riapertura dell’indagine sulla strage di Alcamo Marina. Raccontare è il suo obiettivo, sia quando si cimenta nella scrittura di romanzi sia quando si occupa dei più scottanti casi di cronaca che approdano nelle aule di giustizia. L´uomo che amava i bambini”, pubblicato nel 2000 da una casa editrice siciliana, è ora riproposto in un’edizione totalmente rinnovata e in formato ebook su Amazon.

Di cosa parla “L’uomo che amava i bambini”?

È la storia d’amore tra un padre e un figlio. Ma non un amore normale, come dovrebbe essere quello tra genitori e figli. Un amore fisico, un rapporto malato. Ninni, il protagonista del libro, ama suo padre. Lo considera il suo mito. È pronto a eseguire passivamente ogni sua richiesta, anche quella più torbida. È la storia di un inganno. È un viaggio doloroso nel profondo dell’animo umano, nei meandri della mente malata. È un pugno nello stomaco. È orrore. È disgusto. Per provare a riflettere, per interrogarsi”.

Parlare di pedofilia in maniera così dura ma sincera, che messaggio vuoi mandare con questo libro molto ben fatto e romanzato?

“Un bambino su cinque in Europa è vittima di abusi. È un dato allarmante se si considera che molti casi non vengono neanche denunciati. Di pedofilia ancora oggi si parla poco e spesso male. Con questo libro ho voluto dare voce ai bambini violati. La narrazione degli abusi è, infatti, affidata alla stessa vittima che li descrive con il linguaggio immediato e “nudo” del bambino. Raccontare in presa diretta le violenze senza falsi pudori e moralismi. Se vogliamo, la mia è una provocazione a questa società bacchettona e perbenista. C’è la tendenza a pensare che questi casi possano accadere solo in ambienti socio-culturali degradati. Ed invece purtroppo avvengono ovunque. Io sono un giornalista che ha trascorso vent’anni della sua carriera nelle aule giudiziarie. Mi sono occupato di decine di casi di pedofilia. Posso assicurarvi che l’orco è spesso una persona rispettabile e stimata. Bisogna essere vigili e attenti, pronti a percepire qualunque segnale. Ma, per farlo, occorrono gli strumenti necessari. Per questa ragione auspico che istituzioni e associazioni si occupino maggiormente del tema. Se il mio libro potrà contribuire a questo percorso, avrò raggiunto il mio obiettivo”.

Una domanda forse retorica, perché ricorrere alla mitologia e in particolar modo al mito di Arione e Zefiro?

“Nell’antica Grecia venivano abitualmente praticati rapporti sessuali tra uomini adulti e adolescenti. Mi è sembrato significativo introdurre questo elemento in una storia di pedofilia che ha come teatro la Sicilia con i templi e i teatri greci”.

Nel romanzo ciò che emerge più prepotente, oltre all’abuso fisico, è l’abuso psicologico, il mezzo peggiore per avere omertà, sei d’accordo?

Ad esempio il fatto che il padre provochi addirittura la gelosia del figlio, un abuso e una distorsione della realtà per la mente più debole?

“L’abuso fisico è solo l’atto conclusivo di un rapporto deviato. E per certi versi non è neanche l’aspetto più grave. Ha un inizio e una fine mentre l’abuso psicologico lascia ferite permanenti. Spesso instilla il senso della vergogna nella vittima inducendola al silenzio e all’isolamento. Possono essere necessari anni, terapie, sedute di psicanalisi per riconoscere, ammettere e affrontare il trauma. E un bambino violato non sarà mai l’adulto che sarebbe stato se non avesse subito l’abuso”.

Nel protagonista del romanzo emerge appunto, anche l’ambiente omertoso, deviante della Sicilia.

Premettendo che è purtroppo un tratto che emerge prepotente nella nostra terra, in questo caso si può parlare di omertà per l’abuso e di omertà per conservare l’onore?

“Onore e omertà sono stati da sempre due elementi caratterizzanti della società siciliana. All’epoca in cui è ambientata la vicenda narrata, senza l’onore eri considerato nessuno. Meno di niente. E se per mantenerlo dovevi fare cose orribili eri pronto a farlo. Il prezzo spesso era altissimo e a pagare erano i più deboli. La violenza sessuale, a maggior ragione quella sui minori, era una macchia disonorevole, tanto per chi la perpetrava quanto, e tavolta ancor di più, per chi la subiva. Da qui la tendenza a tacere”.

Come definiresti il senso di colpa del bambino protagonista?

“Ninni non nutre sensi di colpa. Almeno in una prima fase. Vive la storia d’amore con il padre come farebbe un adulto. Non ha gli strumenti per capire che si tratta invece di un rapporto deviato, malato. Solo quando è adulto prende consapevolezza e si sente complice del padre”.

Che figura ha la madre nel consentire questo abuso?

Si può dire che sia indifferente o più preoccupata di mantenere l’apparenza?

“Alcune donne, anziché denunciare, preferiscono tacere. Le ragioni possono essere molteplici. Si tace per vergogna. Non si ha la forza di affrontare l’eventuale scandalo. O per paura. Si temono eventuali ritorsioni e rappresaglie. La protagonista del libro fa di più. Considera il figlio un rivale e si contende con lui l’amore del marito. Quando la situazione precipita e la storia si trasforma in tragedia, cambia atteggiamento, ma è ormai troppo tardi”.

Non anticipando o rivelando il finale del romanzo, secondo te alla fine giustizia è fatta?

“Per le vittime di abusi c’è una giustizia a metà. Nessuna condanna potrà mai restituire loro l’infanzia rubata. Per Ninni è ancora peggio. Sarà condannato a essere eternamente infelice. Ma non anticipiamo altro…”.

Il libro è disponibile su AMAZON

Ettore Zanca

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