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Buon compleanno Komandante Vasco Rossi

Vasco Rossi lascia affamati d’amore, come un poeta. – Margaret Mazzantini

“Spinoza diceva, che chi detiene il potere ha sempre bisogno che le persone siano affette da tristezza, noi questa sera siamo qui, per portarvi un po’ di gioia!”.

Caro Vasco, così cominciavi un concerto, tempo fa, tu che sei per molti il rocker italiano per eccellenza quello che può piacere o no, ma non ha mai rinnegato la sua strada. Quella di un tormento interiore che a volte lo ha fatto sembrare l’ombra di se stesso, che ci tiene ad apparire tale. Cioè imperfetto. Lo si può criticare, non apprezzare, mettere in dubbio le sue canzoni, ma non si può dire che lui non sia uno che canta quello che sente dentro. Anche se a volte (mi perdoni la battuta vero?), quello che hai dentro è solo una successione di vocali.
Gli aneddoti su di te si sprecano, le dicerie idem. È per questo che io qui non farò la classica ricerchina scolastica.

Ma qualcosa di schifosamente ed egoisticamente di parte. Sì perchè, caro Vasco, alla fine sei stato sempre a casa mia, come artista. Insieme ad altri cantautori che per generazione abbiamo amato. Io ti ho conosciuto non per me, ma grazie ad un nonno e ad un nipote che non si sono incontrati mai, per crudeltà del tempo.
Prendiamo mio papà, ad esempio. Ascoltava Aznavour, Gaber, Lucio Dalla, De Gregori, Fossati, Buscaglione.

Quando venisti fuori tu da Zocca, ti guardò. E mentre tutti dicevano che eri uno sbandato, lui si ascoltava e riascoltava “vita spericolata”. In famiglia lo guardavano straniti, ma lui rispondeva che era una canzone che “respirava”. E quando diceva così, c’era da preoccuparsi. Perchè per lui le canzoni “che respiravano” erano quelle che parlavano direttamente con la sua parte Ulissesca. Il suo partire per odissee e non tornare per tanto tempo.
Qualche anno dopo l’esordio della tua canzone a Sanremo, mio padre vide uno spot della Chicco. La canzone “vita spericolata” era la soundtrack. Ed era azzeccatissima. Era proprio la vita dei papà e delle mamme che si avventuravano alla ricerca di una famiglia e di un erede. Rise tanto e disse: “avevo ragione io, quella è una canzone per chi ama la vita e per chi vuole andare avanti, altro che sbandati…”. E quello spot della Chicco per me, tra parentesi, è una delle cose più belle trasmesse dalla tv. A lui Vasco piaceva, come piaceva Rino Gaetano. C’era una dissolutezza poetica in entrambi. Quando apparve Ligabue sulle scene a lui non fece nessun effetto musicale.

Anzi, mentre io ascoltavo “certe notti” lui diceva “è una canzone che mi sembra da perditempo, di chi non impiega la notte nel modo giusto”. Insomma a lui piaceva il male di vivere e la liquidità di esistenza che avevi tu Vasco, che continuava ad ascoltarti volentieri quando ti beccava in radio. Eravate uno strano connubio, lui austero insegnante di latino, che cantava stonato ma con passione le tue “stupendo” o “t’immagini”.
Io sembravo esente dal coinvolgimento, ma successe qualcosa. Forse certe passioni sono come i talenti e i tratti del carattere, saltano una generazione.

Quando nacque mio figlio, io passavo molto tempo insieme a lui, ovviamente gli facevo ascoltare molta musica, mi piaceva, mi sarebbe piaciuto assimilasse le parole di canzoni che per me erano importanti. Ma lo erano appunto per me. Lui ridacchiava, ascoltava, ma non sembrava tanto preso.

Fino a quando non vide un cantante in Tv. Un rocker con i capelli lunghi e un cappello. Sì, sto parlando di te. Che arrivavi su un palco con una giacca di pelle rossa. E cantavi una canzone. Basta poco, si intitolava. Non solo la volle ascoltare all’infinito, ma si calmava solo con quella. Era la sua ninna nanna. Dormiva solo se ascoltava te. Forse qualche domanda avrei dovuto farmela, ad esempio quando lo vidi distrutto per lo svezzamento, che piangeva e provava poi a dormire un minimo con questa canzone sparata in sottofondo. Crescendo pensai che si fermasse, invece no. Un giorno in un negozio di dischi afferrò senza esitazione un dvd in cui ti riconobbe. E lo portò alla cassa con passo incerto ma sguardo sicuro. Da quel momento imparai a memoria tutto il concerto dell’Olimpico nel 2007. Tutto, dovevo non solo saperlo cantare, ma anche vestire lui come te, si metteva di fronte a un microfono giocattolo e si aggiustava il berretto come te. Ad esempio se diceva “cappello cosa c’è”, voleva messo il cappello con la visiera davanti, così come tu lo indossavi cantando quella canzone, oppure “cappello un senso”, con visiera alle spalle.

Alla fine, io che ero neutrale, finii per essere coinvolto dal tuo rock liquido, malinconico, tagliente e figlio delle imperfezioni. Grazie a loro ho cominciato ad ascoltarti. E io forse ti ho ascoltato con le loro orecchie, sarà, ma non pensavo mi piacesse così tanto quello che scrivi. Tanto da scrivere un racconto su di te, nato da un gesto che stavo per fare e meno male che non l’ho fatto. Tirandomi indietro, tornando in macchina e beccando per radio una tua canzone, che da quel momento è una di quelle che mi ricordano mio padre, per sempre. Gli angeli. Non so se fosse un caso, mentre guardavo il mare e poi mi allontanavo finalmente convinto che quella rabbia delle onde non faceva per me.

Io non so se ti ho ascoltato nel modo migliore. Ma ti ho sentito.

Una volta una psicologa mi chiese quali canzoni mi ricordavano il più brutto periodo che avessi mai passato in vita mia. Fu un periodo in cui la mia pancia aveva deciso di non funzionare più bene. I più li chiamano disturbi alimentari. Inizia una battaglia col cibo che non finisce fino a che non c’è un vincitore. È dura da spiegare, specie a chi non vuol capire. Io ne dissi alcune. Ovviamente dei cantanti che da sempre hanno fatto da colonna sonora alla mia vita. Poi ne dissi una tua.
Siamo solo noi.

Perchè era così, chi soffre di qualcosa che è difficile da far vedere, si nasconde, si isola, tende a fregare il prossimo dicendo che sta bene e diventa disilluso. Gioca male e vigliaccamente con un bene non suo. La vita.
E io mi ci riconoscevo. Anche adesso quando la ascolto mi commuove. È strano commuoversi per “siamo solo noi”.
Questo ti dovevo, Vasco. Oltre agli auguri di buon compleanno, da parte di tutta la famiglia. Anche dagli angeli come mio padre, a cui non arrivano più gli ordini, a insegnare la strada buona.

Ettore Zanca

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