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La “Cara” vita di Lucio Dalla: come nasce una canzone (storia vera)

Entrò in quel locale. Insieme ai suoi amici. Erano anni in cui se eri bella, eri bella. Pochi cavoli.

Non c’erano pushap, fotosciop, jeans Alzailcul. Nulla. Lei aveva una bellezza particolare.
A dirla tutta, lei aveva una bellezza che fioriva inconsapevole. Un fiore parassita di sguardi altrui. Dolcissimo, si nutriva per intero dell’ambiente circostante. Ognuno degli innamorati la contornava del suo sonno perso per lei. Quando i suoi spasimanti la vedevano il cuore veniva letteralmente preso a colpi di mattarello. I corteggiatori la ascoltano, i fidanzati maledicono di essere usciti con la loro appendice ufficiale.
Un saggio disse una volta che l’uomo deve guardarsi da donne belle e intelligenti. Non potrebbe reggerne il peso. O forse sì ma solo amandole e lasciandole libere. Quel gruppo dove alberga la bella ragazza è un circolo comunicativo chiuso. La sera è recintata a interventi esterni. Il cancello di comunicazione verso altre presenze è sbarrato.
Qualche tavolo più avanti c’è un omino buffo. Seduto accanto ad un omone grande. Parlano, consapevoli dell’aura di ammirazione che i presenti stanno alimentando. Tutti i presenti. Tranne lei.

Forse non si accorge, forse non vuole accorgersi, lei parte dal presupposto che la fama è come tanti altri tratti della personalità, ma bisogna essere persone vere per fregiarsene e rimanere umili.
L’omino piccolo si alza.
Il complesso di Mosè prende i presenti. Tutti si separano e dividono per farlo passare.
Arriva davanti a lei, lei lo fa entrare nella sua bolla.
Lui trasuda genio, trasuda vita, trasuda.
– ho un problema. – Le dice.
Inizia a suonare una chitarra, ne esce una canzone dolcissima, una delle più belle canzoni di sempre, i presenti non percepiscono quanto ma come arriva, netta, diretta, le donne si amano e si lasciano libere, come le farfalle.
Un amore di bellezza stordente che deve essere lasciato volare via, l’amore più difficile. Amare lasciando andare, amare lasciando che l’appartenenza sia una scelta e non un obbligo. Senza recriminare, minacciare o attuare annullamenti.

Lui finisce.
Attorno il silenzio è da cattedrale gotica.
Posa la chitarra, si gratta la testa. Prende ogni domanda per restituire una sola risposta. A una domanda non ancora fatta dalla ragazza.
– il mio problema è aver scritto questa canzone prima di conoscerti, questo mi spiace, l’avrei voluta scrivere per te, però qualcosa faccio, adesso è tua-
L’omino si alza e torna dall’omone.
Il silenzio da acquario viene frantumato da una voce, poi un’altra, poi il brusio. E l’acquario ridiventa come il mare di ferragosto.
Rimane da consegnare qualche riferimento per completare la storia.
Il locale si trovava a Bologna
La ragazza aveva tanti tanti capelli e ne ha ancora adesso che lavora lontano dall’Italia ma torna sempre e torna sempre ragazza anche ora che è donna fatta e finita.

A rigor di cronaca il cantautore  che dedicò la canzone alla bellissima donna, amava lo pseudonimo Domenico Sputo. Tanto da farlo mettere nel suo citofono a Bologna. Aveva una casa alle pendici dell’Etna ed aveva come vicino Franco Battiato. Era nato un giorno prima di Lucio Battisti. Aveva prodotto un vino che si chiamava Stronzetto dell’Etna. Aveva un orecchino che gli era stato regalato da Diego armando Maradona e come Maradona amava perdutamente Napoli. Adorava gli ascensori che avevano ospitato molta gente, tanto da dormirci dentro in uno, una notte. Una sera andò a cena con Peppino Di Capri e fu scambiato per un mendicante, tanto da essere messo fuori, quando si chiarì l’equivoco, il cameriere che lo mise alla porta stava rischiando il licenziamento. Amava andare agli studi di Radio Italia, spesso, a guardare le dirette. Una volta citofonò che c’era una portinaia nuova che quando gli disse il nome, rispose “Sì! E io sono Napoleone!”. Fu scopritore di tanti talenti, ma quello di cui si sa di meno, fu Rino Gaetano, cui diede un passaggio e poi lo propose ad un discografico. Lo scrittore Dan Brown lo adorava (sic!). Era soprannominato dai suoi amici “il ragno”. Tanto che gli Stadio lo ricordano proprio così, nella loro canzone “Dall’altra parte dell’età”. Mio padre lo adorava, per “Itaca” , “com’è profondo il mare, per “la casa in riva al mare”.  Lucio. Lucio Dalla.
A rigor di cronaca l’omone seduto con lui si chiama Francesco Guccini.
A rigor di cronaca ma mettendoci anche tantissima scossa emozionale, la canzone era intitolata “cara”, ancora adesso una delle più belle canzoni d’amore di sempre.

Cosa ho davanti, non riesco più a parlare
dimmi cosa ti piace, non riesco a capire, dove vorresti andare
vuoi andare a dormire.
Quanti capelli che hai, non si riesce a contare
sposta la bottiglia e lasciami guardare
se di tanti capelli, ci si può fidare.
A rigor di logica, mi hanno raccontato questa storia, che è bellissima, da ricordare. come è bello ricordare Lucio.

Ettore Zanca

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