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Il volley come palestra di vita – intervista a Tonino Chirumbolo

La foto che vedete sotto è simbolica. Indica un uomo che ha appena visto la sua squadra vincere.

La squadra che allena, l’ennesima delle tante della sua carriera di tecnico. La vittoria di una squadra di volley. La Tonno Callipo. Siamo in Calabria, terra che forse più delle altre cerca il riscatto sociale anche attraverso lo sport. Come molte regioni che vogliono sfatare i luoghi comuni. La foto fa vedere un uomo per terra, ebbro di felicità. Quell’uomo si chiama Tonino Chirumbolo, da anni è uno zingaro che educa i giovani a valori sani dello sport. Lo abbiamo intervistato. 

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– Mister Chirumbolo, lei adesso ha una platea di gente curiosa di sapere chi è, andiamo oltre la cronaca locale e spieghiamo a tutti cosa fa.

Mi chiamo Tonino, ho 51 anni, di cui quasi 40 passati sui campi di pallavolo, da giocatore prima e da allenatore poi; sono il responsabile tecnico del settore giovanile di una squadra di serie A2 e forgio giganti.
Prendo ammassi di ossa, muscoli, cuore e cervello, ne faccio atleti destinati a far divertire la gente e divertirsi loro stessi, menando mazzate contro un pallone, solo che lo fanno con le mani, invece che con i piedi, e quindi, lavorando il triplo, prenderanno un terzo dei loro colleghi calciatori: è la dura legge dello sport “minore”,che poi,”minore”, non è.

– Un mister di giovani Pallavolisti, per cui da lei saranno passati campioni che sono approdati in serie A, qualche nome?

Almeno una dozzina, in più di vent’anni di attività specifica nei settori giovanili: sembrerebbero pochi, ma in Terronia sono tantissimi, visto che siamo notoriamente “curti e ‘nniri”, in uno sport dove i centimetri contano.
I nomi ti direbbero poco, perché non sono famosi come Messi e Ronaldo, ma hanno tutti storie straordinarie, fatte di fatica, sudore e sacrifici, non meno però dei loro colleghi meno illustri, che si sono ritagliati momenti straordinari in palcoscenici meno visibili, ma che, non di meno, hanno dato lustro alle loro vite.
Ti faccio un esempio: nel 2008, vincemmo lo scudetto U/14, una roba fantascientifica per una ragione come la Calabria; oggi solo tre di quei ragazzi giocano a pallavolo, ma quel momento resterà indelebile nelle loro vite ed in quelle di chi visse questa esperienza al loro fianco in quei giorni.

– Cosa è il sacro fuoco che la fa ancora allenare come il primo giorno?

Come uno scultore che prende del marmo grezzo e ne crea un’opera armonica, nella mia mente, ho un’idea di come dev’essere un gesto singolo di un atleta o uno schema perfetto che nasce dall’insieme di più gesti tecnici. Vedergli prendere forma sul campo è una sensazione che è difficilmente spiegabile e che mi regala delle emozione a cui non mi abituerò mai abbastanza. E poi, le vittorie. La vittoria è uno stato mentale, una sorta di consapevolezza che ti aiuta a non mollare mai, anche quando sembra impossibile. Quando perdo non mi giro mai dall’altra parte, osservo ogni emozione, ogni esultanza, ogni sguardo al cielo di chi mi ha battuto: sarà da tutto questo che ripartirà la nostra settimana in palestra, al nostro ritorno sul campo di allenamento.

– Di padre in figlio, ci risulta che ci sia un Chirumbolo anche in campo, proprio allenato da lei. Lo ha avuto anche da avversario?

Francesco ha vent’anni, e dopo un’esperienza nel calcio, ha iniziato a giocare a pallavolo, ma senza che io lo abbia mai indirizzato in tal senso: è stata una sua scelta personale. Ha fatto tutta la trafila delle giovanili con la mia società (abbiamo vinto lo scudetto insieme, nel 2008) e poi, negli ultimi anni, è andato a giocare in serie superiore nella nostra città.
Il nostro è sempre stato un rapporto speciale, nella sua “non-esclusività”: per lui, in palestra, sono sempre stato “IL MISTER”, come per gli altri, e lui ha capito che riservargli un trattamento di favore rispetto ai compagni lo avrebbe più danneggiato che altro. Le nostre chiacchierate poi, nel viaggio per tornare a casa, erano un’altra roba, una cosa “nostra”, con quelle siamo cresciuti tanto entrambi. Oggi è uno studente universitario che gioca a pallavolo nel tempo libero, ma lo sport lo ha forgiato come uomo, ed io ne sono orgoglioso.
Avversari? Sì, due volte. Tutte e due le volte me le ha suonate. Ma l’ho fatto vincere, chiaramente. Maledetto ingrato !

– Sappiamo da voci di corridoio di un episodio particolarmente commovente, una lettera che le ha scritto un giovane straniero, ci riveli i particolari.

Davy, oggi tredicenne, è arrivato in Italia all’età di sette anni, accolto da un nuovo padre premuroso e da una madre che lo ha subito amato come se lo avesse avuto in grembo. Un talento straordinario per qualsiasi attività sportiva che gli venisse proposta. Per fortuna ha scelto la pallavolo: le parole che mi ha scritto per ringraziarmi della gioia che prova ogni volta che si muove su di un campo, danno un senso a tutto ciò che faccio ogni giorno, e sono una vittoria che va al di là di qualsiasi scudetto e coppa vinta in questi anni. Un sorriso dato ad un bambino, specie di questi tempi, è merce che non ha per me possibilità di scambio con nessun’altra cosa.

– Allenare in serie A, rientra tra i suoi obiettivi?

Ognuno ha la sua serie A, la sua Nazionale, il suo sogno: ogni volta che uno dei miei ragazzi arriva a calcare il massimo palcoscenico, è come se lo facessi io.
Il mio sogno è quello di regalarne sempre uno e regalare sogni non è mestiere da poco. La mia serie A sono i miei ragazzi: io, in serie A ci sono già, insieme a tutti loro.

Ettore Zanca

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