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Giovanni Falcone, chissà come ti vedevano – Anniversario strage di Capaci

Chissà come ti vedevano, tutti scriveranno di te oggi, chi per dolore sincero, chi perchè devi essere ricordato.

Ma chi ti stava accanto, chissà come ti vedeva. Chi divideva ogni giorno le tue paure e il tuo vederle scavalcare verso il muro del coraggio.

Del magistrato Giovanni Falcone conosciamo tutto. Un uomo che spianò la strada al vero modo di combattere Cosa Nostra. Bisognava colpirla nei valori economici. Nel patrimonio. Fu colui che finalmente insieme a Paolo Borsellino, riuscì a dimostrare all’interno di un processo, che la Mafia era una teoria unica, che non era un fenomeno frammentario. Fu questo che la mafia non ti perdonò, quando tutto fu confermato in Cassazione, quel 30 gennaio del 1992.
Conosciamo tutto.
Gli attacchi, le accuse, le delegittimazioni, il tuo starci male, l’andare a Roma, il tornare a Palermo.

Quel 23 maggio tornavi. Salutasti la tua segretaria di Roma, dove lavoravi, dicendo “non ci sono per nessuno, anzi se mi cerca Kim Basinger, le dica che richiamo”.
Ma chissà come ti vedeva la tua Francesca, che ha diviso vita e morte. Francesca Morvillo che ti vide innamorato come un ragazzino. E che quando disse a tutti gli amici che stavate insieme, non ci credevano, finchè non vi siete baciati. Francesca, che sapeva in fondo che non era un destino facile e a tutti gli amici che ti erano più cari, a volte diceva di non combattere la mafia con lo stesso vigore con cui la combattevi tu. Francesca che accettò quello che di solito fa male ad una donna, come il più bel gesto d’amore. Quando le dicesti che non volevi figli, per non generare orfani. Forse ha fatto male, ma hai avuto ragione tu. Immagina come avrebbe pianto quel 23 maggio un povero innocente figlio lasciato solo, mentre la folla prendeva a calci in culo i politici, mentre rivendicava e gridava la propria stanchezza, qualche giorno dopo ai funerali.
Chissà come ti ha visto Ginevra, che ti ha conosciuto da piccola, addirittura gli hai insegnato a nuotare e tuffarsi e ti ricorda quasi come un papà.

Francesca_Morvillo_e_Giovanni_Falcone

Chissà come ti vedeva Paolo. Il tuo migliore amico. Paolo Borsellino. Con cui andavate d’accordo a modo vostro. Con cui durante una ispezione ad una villa di un inquisito per mafia, stavate riscontrando la descrizione di un pentito, che descriveva una villa con il camino, tutto corrispondeva, tranne il camino. Paolo uscì fuori mentre tu gli facevi il gesto della pistola alla tempia “ci possiamo sparare”, perchè gli avvocati non aspettavano altro che delle imprecisioni, andò a parlare con il custode della villa, chiedendo come si scaldavano in inverno e lui rispose “col camino, ma è mobile, in estate è fuori”. Con cui litigavate in maniera brutale su questioni giuridiche, magari davanti a Caponnetto, che vi aveva come figli. Lui se ne andava lasciandovi scornare soli, fino a che non calava il silenzio. Allora tornava nella stanza, e vi vedeva testa contro testa a darvi ragione a vicenda, avevate risolto, litigando e facendo pace.

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Chissà come ti vedeva, mentre portava il peso della tua morte da solo, in quei giorni tra te e lui, tra il tuo sangue ed il suo. Quando urlava che “Giovanni Falcone è vivo ed è in mezzo a noi”. Chissà. E la tua scorta?

Gli uomini che con te dividevano tutta la giornata con abnegazione? Rocco, Vito, Antonio, che non ce l’hanno fatta, ma anche Giuseppe, Giuseppe Costanza che ogni notte rivive all’infinito la scena dell’autostrada. Lui si era messo dietro, davanti tu e Francesca. Volevi guidare. Giuseppe ti ricordò solamente che dovevi lasciargli le chiavi dell’auto per venirti a prendere, tu le avevi già attaccate a quelle di casa. Hai staccato tutte le chiavi dal quadro con l’auto lanciata a velocità, lui ti disse una frase che adesso suona strana e inquietante: “dottore ma che fa? Così ci andiamo ad ammazzare”. Poi fu il caos, l’inferno, la fine. Tutto. Una canzone degli Stadio ricorda quei momenti, si intitola “per la bandiera”.

scorta-falcone

Nel 1992, il giorno dopo la strage di Capaci Gaetano Curreri ha scritto una canzone, dedicata agli uomini della scorta del giudice Falcone, doveva scrivere tutt’altro, una canzone d’amore, si accorse che stava scrivendo di loro, descrive tutto l’amore che ci vuole nel rischiare la propria vita in nome degli ideali che spesso si trasformano in niente, solo in una bandiera. Non ce l’ha fatta a finirla, l’ha completata Guccini con Saverio Grandi. 
Il destino di questa incompletezza emozionale si ripeterà: 23 maggio 2009, Gaetano è sul palco a Palermo, sotto i compagni degli uomini della scorta fatti a pezzi nella strage di Capaci. Gaetano canta, guarda, giù, sorride, è un attimo. Per dimostrargli il loro affetto gli uomini in divisa salgono su e lo abbracciano. Per la seconda volta la canzone si trascina, va a fatica, viene finita a stento. Le lacrime sono ostacoli malinconici e gradevoli dell’esprimersi. Le canzoni sono un veicolo emozionale ottimo quando le gambe non ci reggono.

Chissà come ti vedevano le persone che ti amavano e che te lo hanno dimostrato fino all’ultimo. Che ti hanno visto fino all’ultimo.
Una cosa è certa, che noi vorremmo tanto rivederti Giovanni, tu e la tua voglia di purezza e legalità.

Antonio Montinaro 30 anni di Calimera (Le), arruolato in Polizia nel 1981 e assegnato al servizio scorte nel 1991 dopo essere stato in forza per alcuni anni alla squadra mobile. Lascia la moglie e due figli. Vito Schifani 27 anni di Palermo, arruolato dal 1989 e assegnato al reparto scorte nel dicembre del 1991. Lascia la moglie e un figlio di pochi mesi. Rocco Di Cillo 30 anni di Triggiano (Ba). Diplomato in chimica industriale e arruolato dal 1988. Aveva partecipato ad un corso speciale ad Abbasanta in Sardegna.

Ettore Zanca

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