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Negazionismo: negare l’Olocausto o la Shoah diventa reato

In Italia, dal 28 giugno 2016, data di pubblicazione della legge N. 115/2016 non è reato negare il dio ebraico, ma è reato negare l’Olocausto ebraico.

Io lo scrivo in maiuscolo e forse dovrei metterci anche il grassetto, perché è una parola quasi onomatopeica,  fa paura, rievoca un inutile orrore e dunque è giusto sottolinearne tutta la gravità di ciò che in sé contiene tale locuzione.

Un crimine ingiusto, senza precedenti e antesignano di altri orrori di più recente memoria.

Tornando alla legge, si attribuisce rilevanza penale alle affermazioni negazioniste della Shoah, dei fatti di genocidio, dei crimini contro l’umanità e dei crimini di guerra, come definiti rispettivamente dagli artt. 6, 7 e 8 dello Statuto di Roma, istitutivo della Corte penale internazionale.

Tali affermazioni possano integrare  non un autonomo fatto di reato, bensì una circostanza aggravante dei delitti di propaganda razzista, di istigazione e di incitamento di atti di discriminazione commessi per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi, puniti dall’art. 3, l. 13 ottobre 1975, n. 654, L.Mancino e, più di recente, dalla l. 24 febbraio 2006, n. 85 (legge sui reati di opinione). 

Dunque, il negazionismo diverrà un’aggravante, rispetto ai reati di discriminazione razziale e di stampo xenofobo.

L’intento del Parlamento è quello di contrastare una delle forme  più larvate e serpeggianti  della diffamazione razziale, e in genere dell’incitazione all’odio. 

Il reato di negazionismo è già contemplato nei codici penali di altri Paesi europei come Francia, Germania, Austria, Belgio, Svezia, Svizzera, Polonia, Romania, Slovacchia, Repubblica Ceca, ma anche in America,  fino al Canada e all’Australia.

Il provvedimento è composto da un unico articolo che  emenda la Legge Mancino, L. 654/75 introducendo un nuovo comma, il 3 bis all’art. 3 della suddetta legge, che punisce con la reclusione fino a un anno e mezzo o con la multa fino 6 mila euro chi propaganda idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, ovvero istiga a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi; mentre, prevede la reclusione da 6 mesi a 4 anni, per colui che, in qualsiasi modo, istiga a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi.

Invece, punisce con il carcere “da due a sei anni” la propaganda, l’istigazione o l’incitamento commessi in modo che derivi concreto pericolo di diffusione, quando gli stessi sono fondati in tutto o in parte sulla negazione della Shoah, o dei crimini di genocidio, dei crimini contro l’umanità e dei crimini di guerra, come definiti dagli articoli 6, 7 e 8 dello Statuto della Corte penale internazionale, ratificato ai sensi della legge n. 232/1999.

Dunque, attraverso una modifica all’art 3 della legge 13 ottobre 1975 che recepiva la Convenzione di New York del 7 marzo 1966 sulle discriminazioni razziali, è stato introdotto il contrasto di quelle discriminazioni che derivano dalla negazione o minimizzazione del genocidio degli ebrei e di quello di altre minoranze che declinano un altro degli aspetti più deplorevoli delle pratiche razziste.

Si osservi che i delitti cui può applicarsi l’aggravante in parola non sono tutti quelli contemplati dall’art. 3, l. n. 654/1975, bensì solo quelli che si esplicano in una forma di manifestazione del pensiero (propaganda, istigazione, incitamento).

Il legislatore avrebbe più opportunamente potuto prevedere di punire non qualsiasi discorso negazionista, ma solo quello finalizzato a giustificare un genocidio, un crimine contro l’umanità o un crimine di guerra. Tale criterio, auspichiamo possa essere adottato dagli interpreti, quale indefettibile presupposto per l’applicazione del nuovo art. 3, co. 3-bis, l. n. 654/1975.

Altrimenti se ne evincerebbe chiara la sua illegittimità costituzionale, per violazione dell’art. 21 Cost.

Tuttavia ritengo che (è un mio modestissimo parere!) sia una legge destinata a rimanere disapplicata o al contrario a produrre enormità o aberrazioni.

La storia ci insegna che le migliori battaglie per la conquista della libertà passano attraverso l’espressione dei propri pensieri e delle proprie opinioni, giuste o sbagliate che siano, ma mai censurabili, perché altrimenti si finirebbe per comprimere la libertà e svilire il significato di democrazia.

Tuttavia, diamo atto del fatto, che l’inserimento del reato di negazionismo ha un forte valore ideologico, ovvero tentare di arginare in via concreta probabili deviazioni antisemite, ammirevole tale intento ma pur sempre pernicioso perché comunque si spinge ai limiti di un imbavagliamento del diritto di opinione.

Alessandra Inchingolo

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