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Quali sono le nostre responsabilità legislative per quello che scriviamo sul web?

Ormai siamo tutti cybernvigatori o se vogliamo web addict.

Tuttavia, è bene sapere che non si può sul web, come nella vita reale (depenalizzazioni a parte!) scrivere tutto ciò che ci passa per la testa.

Quand’anche lo facessimo e ciò che scriviamo è illegittimo o configura un illecito, saremmo passibili di sanzioni e condanne.

A tal proposito, la  Suprema Corte, con la sentenza n. 32444/2013 ha definito il “blog” come “uno spazio web attorno al quale, comunque, si aggregano navigatori che condividono interessi comuni, con la conseguente diffusività dei contenuti del blog stesso“.

Un recentissimo intervento della Cassazione, ha esteso anche ai “social network” la predetta nozione di “blog”, ricomprendendo anche i casi di diffamazione a mezzo social network entro l’alveo del reato di diffamazione aggravata ex art. 595 comma 3 c.p, perpetrata mediante l’utilizzo del mezzo di pubblicità.

In particolare l’aggravante dell’utilizzo del mezzo di pubblicità sussiste “allorquando il fatto sia commesso mediante la pubblicizzazione su un profilo di Facebook, perché l’inserimento della frase che si assume diffamatoria su tale social network la rende accessibile a una moltitudine indeterminata di soggetti con la sola registrazione al social network e, comunque, a una cerchia ampia di soggetti nel caso di notizia riservata agli amici” (Cass. pen., sez. I, 16 aprile 2014, n. 16712).

Più precisamente, secondo la Corte di Cassazione, in applicazione dei principi già consolidati in materia di diffamazione a mezzo stampa, basterebbe, ai fini dell’integrazione della diffamazione a mezzo Facebook, che “il soggetto la cui reputazione è lesa, fosse individuabile da parte di un numero limitato di persone, indipendentemente dall’indicazione nominativa. Dunque, perché sussista l’elemento soggettivo della reato, è sufficiente la consapevolezza di pronunciare una frase lesiva dell’altrui reputazione e la volontà che la frase venga a conoscenza di più persone, anche soltanto due“.diffamazione su facebook

Nel web però si avvicendano diverse figure e posizioni che hanno diversa tutela a seconda delle loro responsabilità.

Partendo dalla figura di blogger, se questi assume la veste di ‘moderatore’, cioè colui che filtra i messaggi dei lettori prima della pubblicazione, egli, infatti, potrebbe essere chiamato a rispondere del reato di diffamazione in concorso con l’autore del messaggio, qualora lo stesso abbia volutamente diffamato qualcuno. Posizione simile a quella del blogger è quella dei moderatori di forum o chat, i quali rispondono solo a titolo di dolo nelle ipotesi in cui concorrano con l’autore di un messaggio diffamatorio nella diffusione del messaggio stesso.

Ora, sappiamo che la responsabilità penale è personale, dunque per i provider non vi è alcuna responsabilità penale, per i reati commessi da terzi attraverso l’uso dei loro servizi.

Ciò però non esonera i provider da determinati obblighi di informazione e comunicazione, essendo tenuti ad informare prontamente l’autorità giudiziaria o amministrativa, qualora sia a conoscenza di presunte attività o informazioni illecite riguardanti un destinatario dei loro servizi, e dunque a fornire, su richiesta delle medesime autorità, le informazioni in loro possesso atte a consentire l’individuazione del destinatario del servizio, al fine di prevenire attività illecite.

Quindi, alla luce del nuovo orientamento giurisprudenziale che considera il web una realtà “importante” della nostra società, possiamo continuare ad esprimere un’opinione personale o critiche, rispettando però un linguaggio educato, non denigratorio e, soprattutto, senza la volontà e la consapevolezza di offendere l’altrui reputazione.

Avv. Alessandra Inchingolo

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