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I folletti | Racconti e storie per bambini

Folletti: un aspetto non sempre rassicurante

Che aspetto avevano i folletti? Voler generalizzare su questo argomento è molto difficile, dal momento che, a parte l’altezza che li accomuna (i folletti erano tutti piuttosto piccini e in genere non erano mai più alti di 50 cm), ogni folletto era fatto a modo suo.

Vi serve qualche esempio? Eccovi accontentati!

Molti folletti presentavano attributi… bestiali. Il Pavarò dei campi coltivati, tanto per nominarne uno, aveva la testa di un cane inferocito che digrignava denti di ferro, le unghie artigliate del nibbio e una coda del tutto simile a un serpente.

Il Luo Barabicchou piemontese, invece, sfoggiava una barbetta da capra, mentre lo Zampa del gal del Trentino, sebbene fosse capace di assumere l’aspetto di un bel giovanotto, allo scopo di far innamorare le fanciulle, non poteva in nessun modo trasformare le sue zampe di gallo e, per non farsi riconoscere, era costretto a nasconderle sotto un paio di guanti.

C’erano poi folletti che rimanevano quasi sempre invisibili (il Palendrònslombardo, ad esempio, o il Calcaròt veneto e i Ghignarelli) ed altri, come i Sanguanelli, vaganti per le campagne di varie regioni d’Italia durante le notti di luna piena, che somigliavano a tanti piccoli fantasmi verdognoli.

E che dire dei folletti che non presentavano nessun carattere né umano, né animale? Tra questi ultimi meritano di essere ricordati il folletto piemontese chiamato Cules che aveva l’aspetto di una fiammella danzante, e il Beilhund, un folletto presente in Trentino Alto Adige che aveva  il corpo simile al manico di un’ascia e la testa a forma di scure (per questo motivo si divertiva a sostituirsi all’accetta del boscaiolo, per poi scappare ridendo quando qualcuno tentava di usarlo).

Alcuni folletti mancavano di qualche parte del corpo: la razza dei Manteillons, in Val d’Aosta, era sprovvista di gambe e, proprio per non far vedere tale anomalia, indossava un lunghissimo mantello nero.

Rari, se non rarissimi, erano infine i folletti  somiglianti a bimbi di due o tre anni. Tra questi, i Lauri, diffusi soprattutto nella provincia di Taranto, erano molto graziosi e ben proporzionati come lo è appunto un bambino piccolo: avevano gli occhi neri, i capelli ondulati e un sorrisetto birbone costantemente stampato sul viso.

Uno dei poteri dei folletti consisteva nella capacità di trasformarsi in animali o cose, per cui, oltre che nel suo aspetto consueto, un folletto poteva presentarsi sotto innumerevoli forme. Così il Bèrlic della Val d’Aosta, quando voleva entrare nelle stalle di notte, assumeva la forma di un’ombra, mentre i folletti che vivevano nella valle comasca di Cavargna, i Bragola, si trasformavano in palle pelose, che rotolavano lungo i pendii della valle.

Anche gli Orgen tirolesi si presentavano come palle di pelo (sembravano gattoni arruffati in cui non si distinguevano né la testa, né la coda), ma solo per entrare nelle case a riscaldarsi accanto alla stufa.

Spesso i folletti, prediligendo le zone boscose come loro dimora, assumevano l’aspetto di cespugli, rami contorti, radici rinsecchite, per spiare indisturbati gli uomini che percorrevano i sentieri di montagna. Era questa l’abitudine dei Morkies del Nord Italia e in generale di molte specie montane (ancora oggi, quando ci si trova in un bosco e si prova la sensazione inquietante di essere osservati, può darsi che sotto l’apparenza di un tronco o di qualche foglia dalla forma inusuale si nasconda un folletto!). 

Anche il Giosalpino, un folletto toscano che frequentava la costa tirrenica, si trasformava in qualsiasi oggetto gli saltasse in mente: in particolare gli piaceva cimentarsi nel gioco degli opposti, per cui, se un attimo prima era un leggerissimo foglio di carta trasportato dal vento, subito dopo diventava una pietra immobile sul ciglio di una strada.

Per rimanere in tema di oggetti strani che nascondevano un qualche folletto impertinente è d’obbligo menzionare lo Sgranf. Questo malizioso folletto bergamasco, che aveva la mania di sbirciare le belle ragazze mentre si cambiavano d’abito, diventava all’occorrenza un gomitolo di lana nella speranza che una fanciulla lo trovasse e lo raccogliesse per portarselo a casa.

Ma al di là del loro aspetto fisico, in che modo si vestivano i folletti?

Con tunichette e berretti a cono, nella maggior parte dei casi di colore rosso. Gli abiti di molti folletti erano  logori e strappati per l’usura del tempo, mentre c’era anche chi, come L’omino del sonno, o sabbiolino (per le regioni del centro-Italia),  sfoggiava una certa eleganza, indossando il cappello a cilindro al posto del solito berrettino.

Alcune famiglie di folletti devono il loro nome al fatto che  si vestivano con un saio da monaco.  Costituiscono un esempio in tal senso i Monachidd (o Marrauchini) calabresi dei monti della Sila, e i Monacielli napoletani; in entrambi i casi, trattandosi di folletti piuttosto dispettosi, è proprio vero il famoso proverbio che recita: l’abito non fa il monaco!

Ebbene, bambini, mi sapete dire come si chiamano i folletti che, a differenza di tutti gli altri, vi somigliano?

Rosalia Mariani

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