Nei giorni scorsi un’importante novità nel panorama dell’ordinamento italiano: l’inserimento nel codice del reato di tortura, recependo così le indicazioni contenute nella Convenzione di New York del 1984.

Il disegno di legge arrivato in commissione Giustizia del Senato il 22 luglio 2013, è approdato alla Camera nel 2015 per poi tornare nuovamente all’esame di palazzo Madama, subendo diversi rimaneggiamenti tra i due rami del Parlamento, per essere definitivamente approvato dalla Camera.

Dunque, dopo quattro anni, l’iter del provvedimento, frutto della sintesi di 11 diverse proposte di legge, è stato portato a compimento. 
Sulla scia di alcuni gravi episodi di cronaca e suscitando aspre polemiche nell’opinione pubblica attorno a un simile provvedimento che ha destato forti contrapposizioni tra le forze politiche, la necessità di una regolamentazione del reato s’imponeva in maniera pressante.

Il reato di tortura viene introdotto e disciplinato dall’art. 613-bis c.p. che prevede la reclusione da 4 a 10 anni per colui che “con violenze o minacce gravi, ovvero agendo con crudeltà, cagiona acute sofferenze fisiche o un verificabile trauma psichico a una persona privata della libertà personale o affidata alla sua custodia, potestà, vigilanza, controllo, cura o assistenza, ovvero che si trovi in condizioni di minorata difesa…, se il fatto è commesso mediante più condotte ovvero se comporta un trattamento inumano e degradante per la dignità della persona”.  La pena sale da 5 a 12 anni se a commettere il reato è un pubblico ufficiale o un incaricato di pubblico servizio.


Ulteriori aggravanti sono previste quando dai fatti sopra descritti derivino:

    • una lesione personale: la pena è aumentata fino a 1/3;
    • una lesione personale grave: aumento di 1/3;
    • una lesione personale gravissima: aumento della metà;
    • la morte quale conseguenza non voluta: 30 anni di reclusione;
    • la morte quale conseguenza voluta: ergastolo

L’art. 613 ter punisce con la reclusione da 6 mesi  a 3 anni l’Istigazione del pubblico ufficiale a commettere tortura , reato che si integra quando il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio il quale, nell’esercizio delle funzioni o del servizio, istiga in modo concretamente idoneo altro pubblico ufficiale o altro incaricato di un pubblico servizio a commettere il delitto di tortura.

Viene altresì modificato l’art. 191 c.p.p. in tema di prove illegittimamente acquisite, poichè il nuovo comma 2-bis stabilisce che le dichiarazioni o le informazioni ottenute mediante il delitto di tortura, siano inutilizzabili nel processo penale, salvo che contro le persone accusate di tale delitto e al solo fine di provarne la responsabilità penale.

Ulteriori disposizioni prevedono:

  1. il divieto di respingimento, espulsione o estradizione di una persona verso uno Stato, quando vi siano “fondati motivi di ritenere che essa rischi di essere sottoposta a tortura”; a tal fine si tiene conto anche dell’esistenza, in tale Stato, di violazioni sistematiche e gravi di diritti umani;
  2. l’esclusione dall’immunità diplomatica agli stranieri sottoposti a procedimento penale o condannati per il reato di tortura in altro Stato o da un tribunale internazionale; in tali casi lo straniero è estradato verso lo Stato richiedente nel quale è in corso il procedimento penale o è stata pronunciata sentenza di condanna per il reato di tortura o, in caso di procedimento davanti ad un tribunale internazionale, verso il tribunale stesso o lo Stato individuato ai sensi dello statuto del medesimo tribunale.

A ben guardare, tuttavia, tale norma sembrerebbe orientata a trasformare il nostro Paese in uno Stato di polizia, senza realmente punire in sé il reato di tortura, poiché lascerebbe ampi spazi discrezionali, rischiando di divenire poco efficace e scarsamente applicabile.

Diverse le critiche che potrebbero eccepirsi ad una simile previsione normativa.

L’originale scopo del reato era quello di essere un “reato proprio” applicabile solo a persone con una certa qualifica, ossia al “pubblico ufficiale o all’incaricato di pubblico servizio”, ora si riferisce a “chiunque” lo commetta, divenendo un “reato comune”,  differenza non trascurabile!

Nel nuovo testo la possibilità che il reato sia commesso da pubblici ufficiali è inserita al secondo comma ed è soltanto un’aggravante del reato, ulteriormente attenuata, come risulta dal comma successivo, «nel caso di sofferenze risultanti unicamente dall’esecuzione di legittime misure privative o limitative di diritti».

L’iniziale previsione di tale reato era finalizzata a proteggere i cittadini dagli abusi di potere, in situazioni iniziate magari nella legalità ma poi diventate violente e illecite. Tanto è vero che secondo la Convenzione delle Nazioni Unite ratificata dall’Italia nel 1989,  tale tipo di reato dovrebbe servire a punire specificamente i casi di abuso di potere e non qualsivoglia comportamento violento tra privati cittadini ( in virtù del fatto che comportamenti simili da parte di privati cittadini erano già punibili da altri articoli del codice penale). Dunque la legge approvata lo scorso 5 luglio potrebbe essere incostituzionale, poiché non in accordo con i trattati internazionali sottoscritti dall’Italia.

Avv. Alessandra Inchingolo