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“Una storia quasi solo d’amore” (Feltrinelli) Paolo di Paolo – recensione

Sono i libri che non t’aspetti quelli più belli, quelli che ti assorbono e ti portano in un mondo parallelo, che non ti fanno sentire il telefono che squilla, che si fanno leggere sul treno sperando in ritardi accumulati, quelli che una volta chiusi non ti lasciano del tutto.

 “Una storia quasi solo d’amore” è l’ultimo libro che ho letto e lo ammetto, se l’avessi semplicemente incrociato in libreria forse non l’avrei preso, perché io sono una di quelle che giudicano il libro dalla copertina, in questo caso dal titolo. E da perfetto cliché, l’avrei scartato perché nel titolo c’è la parola amore. Sia mai!

Invece è andata diversamente: ho ascoltato l’autore, Paolo di Paolo, parlare di un altro suo libro (“Mandami tanta vita”) e poi di questa nuovissima storia che parla quasi solo d’amore, appena arrivata in libreria. E in lui ho visto un mondo, quel mondo che sta dietro alle storie, quel mondo che fa di un uomo uno scrittore. Un mondo in cui mi sarebbe piaciuto ficcare il naso per più di quell’oretta di presentazione. E così l’ho preso e ho iniziato a leggerlo prima di tutti gli altri libri che mi si accumulano sul comodino.

Sono molte le cose che mi piacciono del libro. Primo fra tutti lo stile, quel modo sottile di raccontare senza fronzoli, con le parole dirette e quasi contate, ma più che sufficienti ad avere un’immagine chiara dei personaggi, delle strade di Roma, dei colori del cielo e dell’odore della pioggia.  Non sono un critico, giudico con gli occhi di una lettrice normale che ha sempre sognato di poter scrivere così.

Mi piace la storia: c’è Nino, giovane attore poco più che ventenne, belloccio e un po’ troppo ironico, alle prese con nuove responsabilità. C’è Teresa, trentenne con i suoi equilibri precari, ma molte certezze. C’è Grazia, la voce narrante una e trina, che vede tutto e attraversa, di colpo, una difficile fase della vita, che prevede l’abbandono della stessa. Questa è una storia che non parla solo d’amore, c’è molto di più: la contemporaneità, il teatro, la politica, la religione, la conoscenza dell’altro e anche un po’ di sé stessi, l’incertezza di una generazione, la responsabilità, la malattia, la giovinezza, la speranza, la disillusione.

Mi piace molto che non ci siano dei veri e propri capitoli, è come se la storia fosse divisa in scene (possiamo forse chiamarle così) e mi piace che queste scene non abbiano un numero, né un titolo.

E poi c’è una chicca, sul finale, la bellezza di Giovanni Raboni, una bellezza inaspettata che sembra pacificare la rabbia di una vita che si spegne:

“E tutto, anche le foglie che crescono,

anche i figli che nascono,

tutto, finalmente, senza futuro”.

Maura Riva

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