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27 gennaio Giorno della Memoria | Come parlarne ai bambini?

Andrea quest’anno compie 6 anni e io mi domando se sia giunto o meno il momento per parlargli di determinati argomenti tra i quali il Giorno della Memoria.

E’ dai primi di gennaio, quando stilo un ipotesi di programma mensile del suo piano di studi ed attività, che penso e ripenso come poter affrontare questo argomento. E’ l’età giusta? E’ il momento giusto per lui? Sarà in grado di comprendere ciò che gli sto dicendo?

Il nostro approccio con Andrea è sempre stato quelli di dirgli la verità, con deroga all’esistenza di Babbo Natale, gli elfi e gli gnomi del bosco che la Montessori sono certa non approverebbe.

Come genitori abbiamo sempre parlato apertamente di politica e della nostra visione del mondo, spiegandogli il perchè delle cose  e quindi abbiamo deciso che dovevamo affrontare questo argomento.

Rimaneva aperto il “come” e “quando” affrontare il tema delle dittature e della limitazione dei diritti umani e della Shoah. Poi questa mattina, mentre leggevamo il libro di Andrea Valente “Eh! come emozione” (Edizioni Lapis), che tratta evidentemente di altri argomenti, di fronte alla decisione del re di abolire la tristezza dal proprio regno Andrea esclama “Ma che dittatore!”.

Eh! come emozione

Ecco che nella sua spontaneità Andrea mi ha offerto un’occasione. Gli ho quindi chiesto: “Cos’è una dittatura Andrea?”.

“E’ quando una o poche persone decidono della vita di tutti, senza ascoltare cosa tutti gli altri vogliono. Mamma mi racconti dei militari e del nonno Tato?”

Eccolo li che da solo aveva unito due puntini, aveva collegato la dittatura ad un episodio di cui gli parlai 2 anni fa, quando aveva 4 anni. Eccomi servito sul piatto d’argento lo spunto che volevo. Inizio quindi a raccontargli di quando, un giorno di ormai 70 anni fa, mio papà, allora treenne se ne stava da solo a giocare in mezzo al cortile ed arrivarono due camionette di militari. Si aprì una portiera e scesero dall’auto due militari che gli chiesero se sapeva dove fossero suo papà e suo zio. Lui rispose “non lo so” e loro se ne andarono. Nonna Vittoria, nel raccontarmi questo episodio quando ero bimba, non mancava mai di sottolineare come lei avesse assistito a questa scenda dalla finestra e con il cuore in gola temeva per le sorti di nonno Angelo e di suo fratello nascosti nel bosco non lontano da casa. Li stettero nascosti per 7 giorni e ogni sera, a notte fonda un bimbo del cortile che aveva l’età che ora ha Andrea (6 anni) andava solo nel bosco a portare loro cibo e acqua.

Questo racconto affascina oggi Andrea come affascinava me da piccola.

Mi da il senso di impotenza di chi ha vissuto quell’epoca, il senso di una vita che può essere interrotta in ogni momento, per volontà di un altro essere umano che se ne arroga il diritto.

Andrea mi ha chiesto come mai nonno Angelo fosse scappato nel bosco, “perchè non voleva servire un dittatore e quindi aveva disertato. Poi arrivarono gli inglesi nel nord Italia e ci aiutarono a ripristinare la democrazia”. “E se i militari lo avessero trovato?” mi domanda Andrea, ed io con le lacrime agli occhi “Io non avrei avuto il nonno speciale che ho avuto, sarebbe mancato tanto amore al mondo ed una vita sarebbe finita per colpa di una dittatura”.

“E poi?”  “E poi la dittatura non si è fermata, ha fatto male a molte persone solo perchè ritenute diverse.

E’ un lungo cammino arrivare ad una dittatura, prima si mettono le persone le une contro le altre, si crea odio tra le persone. Poi si dice ad un gruppo di persone che solo loro hanno ragione e che devono lottare per vincere e dominare gli altri. Poi a tutti vengono tolti i diritti e si diventa tutti schiavi, e la vita di tutti non ha più valore e può finire da un momento all’altro”.

“Mamma tu hai visto il re?” “No è stato mandato via dall’Italia dopo che gli Inglesi e gli americani sono arrivati a salvarci dalla dittatura.” “Come mai?” “Perchè non ha difeso il suo popolo come era suo dovere fare.”

“Mamma ma alla fine il re della storia, la tristezza l’ha abolita?” “No amore il re ha cancellato il suo precedente editto perchè il popolo ha tutto diritto di essere triste se vuole”.

Abbiamo tutti dei racconti di famiglia, piccoli episodi, piccole gocce nel mare. Storie che possono essere insignificanti ai nostri occhi ma che per i bambini sono personali, sono “cose loro” perchè di famiglia e rendono più comprensibili cose che per loro innocenza sono lontane anni luce dal loro mondo.

Barbara

 

La Chizzo

Un caban in cashmere avvolgente e un paio di jeans veloci, un filo di Chanel peonia sulle labbra e Hunter colorati ai piedi.
Sono io, Barbara: una vita a colori e un mix and match di contrasti ai quali non saprei rinunciare!
Un lavoro nel mondo frenetico del digital, fatto di strette di mano e vita mondana, e una casa immersa nella natura e nella pace da condividere con le persone che amo, la mia famiglia. Qui troverai maggiori informazioni su di me

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